Saturday, July 11, 2020

Strana estata italiana


Strana estate italiana

Con meno opzioni, dove vanno gli italiani in vacanza nell'era Covid-19?

Quando la pandemia è arrivata, i confini hanno cominciato a chiudersi in tutto il mondo. Adesso si riaprono lentamente, ma anche arbitrariamente, in un modo che sembra meno determinato dalla severità del contagio e più dalla politica, dall’economia e, per alcuni paese, dal bisogno di turisti. Durante la pandemia il discorso è diventato non dove andiamo, ma dove possiamo andare!  C’è una differenza tra scegliere di non viaggiare e sapere che non possiamo viaggiare.

In Liguria ci si bacia tantissimo, almeno a ponente. Sulla guancia, bocca, nei vicoli, in spiaggia. Che se in città indossare la mascherina è diventato motivo di strazio, emblema di martirio, tra i lidi bastano nove minuti di afa all’ombra del baracchino della Gianna per desistere definitivamente dal piantarsela in faccia. C’è anche chi osa ancora presentarsi stringendoti la mano, forma preistorica di cortesia che a Milano è stata rinnegata da almeno quattro mesi, in Lombardia ci si saluta come nella scena dell’addio alla stazione in Frankenstein Junior, gomito a gomito. Ma è bello per questo, abbiamo recuperato un po’ di leggerezza, che per alcuni sarà certo negligenza, nonostante ci sia il gel disinfettante su tutti i tavolini. Ed è per una simile serie di motivi (anche), che quest’anno abbiamo deciso di rimanere in Italia, in Liguria, in Toscana, Puglia, Sardegna, Sicilia e Campania, tra le mete più vagheggiate e scelte dagli italiani per questo 2020.

Stando a quanto emerge da una ricerca di Quorum/YouTrend per Wonderful Italy infatti, il 50 per cento delle persone è sicura di partire (se non è già partita), e un altro 25 per cento ci sta pensando: destinazione preferita, nove volte su dieci, l’Italia – il decimo opterà probabilmente per la Grecia o le Baleari, non ci sposteremo più in là. Ci muoveremo in auto, verso la seconda casa al mare o in direzione di quella affittata appositamente per trascorrerci le ferie in famiglia e con gli amici – o da soli, a lavorare da remoto. Immaginandoci, come lo stiamo facendo da tempo, a guidare tra le cale e i dammusi di una Pantelleria battuta dallo scirocco, o in una grande casa in cui poter trovare rifugio leggendo, prendendo il sole, tuffandosi in piscina e vagando spesso nudi per le stanze come in un film di Guadagnino. «La ricerca conferma quanto stiamo verificando nella realtà in queste settimane, c’è una grandissima richiesta da parte di famiglie italiane di case in affitto», aveva spiegato Michele Ridolfo, Ceo di Wonderful Italy, e c’è chi ha scritto e detto che quest’estate sarà simile a quelle degli anni ’80 e ’90, con noi, gli italiani, tutti in Italia: a imboscarci su qualche spiaggia della Sardegna, fare come i villeggianti di Ferie d’agosto e passare le ore a scambiarci opinioni politiche davanti a una cedrata a Ventotene, al confine tra il Lazio e la Campania.
Costa smeralda
Ci siamo già chiesti cosa faremo e dove andremo – «Andremo al mare quest’estate», ce lo aveva assicurato ad aprile anche il sottosegretario al ministero dei Beni e delle attività culturali e del turismo, Lorenza Bonaccorsi – e nel giro di qualche settimana sono iniziate ad affiorare su Instagram le stories in diretta da qualche masseria pugliese, “Orgogliosa di essere italiana”, “Estate Italiana”, si legge sotto ai post pubblicati da Ostuni, Rimini e Viareggio, come se, per una questione di necessità, sul tema vacanze avessimo riscoperto un nuovo umanesimo, una “nuova Italia” che in realtà esiste da sempre, con una sorta di patriottismo  forzato dagli eventi, anche per quelli tra noi che da sempre si considerano più esterofili. Un’estate fa ce ne andavamo tutti in Tailandia, oggi fatichiamo a reperire un monolocale in affitto a Vernazza.

A proposito di questa tendenza, del riconsiderare il proprio Paese per virtù e necessità, l’Atlantic ha scritto che l’estate 2020, sia in relazione all’argomento vacanze sia a livello geopolitico, potrebbe avere un forte impatto sul nostro essere così tanto cosmopoliti come lo siamo stati fino ad ora. Nonostante che dal primo luglio l’Unione Europea ha riaperto le frontiere esterne, «non ci sposteremo. L’Europa è stata il cuore di questa bellissima convinzione di un “mondo senza confini” […] Ma il cosmopolitismo, viaggiare, è diventato profondamente confuso nell’era del Covid-19, e ora che i Paesi stanno riaprendo quasi arbitrariamente, in modi che sembrano determinati più dalla necessità di riavviare il turismo che dai tassi di infezione, non ci resta che rimanere dove siamo, spostarci di poco». Spaesati.

Un’estate italiana, anni ’80, di sorpassi in macchina nelle mattine torride, lunghe tavolate nei cortili, anche il Guardian consiglia la Val di Vara, «ideale per ottime passeggiate all’aria aperta», e poi andare al mare con prudenza – nelle spiagge non organizzate la sorveglianza è difficile, essendo spazi di libero accesso (ma anche nelle spiagge private è complicato, in Liguria dopo la terza fila di ombrelloni sei in Piemonte) ma potremmo considerare positivamente alcune delle misure di distanziamento adottate tra i lidi, tra divisori in plexiglass, prenotazioni online, qualche sacco di tela sulla sabbia: saremo più distanti. Alcune cose non cambieranno mai, i vecchietti igienisti a fare i bagni all’alba e ginnastica (ma quest’anno da soli) sulla riva, Chiara Ferragni a Portofino, altre si sono esacerbate, come quelli che li vedi, che si sentono montanari ma amano il mare e la spiaggia è per loro da sempre un luogo in cui sono cresciuti in un bipolarismo che li ha formati, sono gli unici che restano sotto l’ombrellone con la mascherina, cappello, maglietta, ripudiano qualsiasi scambio interpersonale.

La verità è che molto probabilmente, la stragrande maggioranza di noi rimarrà in Italia, ma nel luogo in cui vive, evitando di spostarsi del tutto.

Adattato da un articolo di Corinne Corci in RivistaStudio

Sunday, March 8, 2020

Una femminista di 7 secoli fa?

Marzo è il “Mese della storia femminile,” e vi invitiamo ad approfondire la storia di una donna straordinaria del Medioevo. 
Per vedere un video di Alessandro Barbero su Cristina de Pizan:


Christine de Pizan, nata Cristina da Pizzano, è stata una poetessa, scrittrice, editrice e filosofa. È riconosciuta come la prima scrittrice di professione in Europa e la prima storica laica di Francia. Nelle sue opere liriche e narrative trae spunto dalla propria esperienza di vita, e non dalla tradizione religiosa o mitologica, tipica del tempo.

Cristina nasce a Venezia nel 1365, figlia di Tommaso da Pizzano. Il padre era originario di Bologna, dove si era laureato in medicina all'Università e aveva poi praticato anche l'astrologia. Si trasferisce a Venezia dove la sua attività di astrologo gli aveva procurato un'ottima reputazione, tanto da ricevere l’invito dal re di Francia Carlo V a lavorare nella sua corte. Si trasferisce quindi in Francia nel 1369 con la moglie e i figli Cristina, Paolo e Aghinolfo.

Christine cresce nell’ambiente di corte stimolante e intellettualmente vivace di Carlo V. Contro il parere di sua moglie, più tradizionalista, il padre Tommaso le impartisce un'educazione letteraria approfondita, assai rara per una donna dell'epoca. Christine componeva poesie e ballate molto apprezzate a corte.


Cristina dipinta in uno dei suoi libri

A 15 anni, nel 1379, sposa Étienne de Castel, notaio e segretario del re, con cui ha tre figli. Un matrimonio sereno e felice, che Christine rimpiangerà spesso nei suoi scritti: il marito infatti muore per una epidemia nel 1390. Ma come racconta lo storico Alessandro Barbero, “Cristina legge, anzi appena rimasta vedova una delle cose che scopre e che attenua un po’ il dolore di essere rimasta sola è che ha un po’ più di tempo per sé. Ricomincia a leggere, … e come molti altri che leggono tanto, le viene anche voglia di scrivere.”

Scrive moltissimo, aiutata da una facilità di scrittura e ad un certo punto il duca di Borgogna le dà l’incarico di scrivere una biografia nel 1404 del re Carlo V. Cristina comincia a intervistare chi ha conosciuto il re e scrive il libro dei fatti e detti memorabili del re Carlo V. Dice Barbero “è la prima donna della storia ad aver scritto un libro di storia. E continua a scrivere: scrive su commissione, e le committenze cominciano a fioccare. Rapidamente la sua fama travalca le Alpi, arriva anche il Italia il suo paese nativo.”

Ricordiamoci che in quei anni non c’è ancora la stampa. Un libro viene scritto a mano e presentato a un mecenate o qualcuno che lo desidera. Poi se c’è voglia, lo si fa copiare. Cristina ha una vera e propria azienda, con copisti professionali e artisti che abbellivano ogni sua opera.

Cristina scrive su molti argomenti, anche di politica. Nel 1405 scrive il Livre de la Cité des Dames (la Città delle Dame), probabilmente l'opera più famosa di Christine de Pizan. È scritta in risposta ai libri di Giovanni Boccaccio (De mulieribus claris, Sulle donne famose), Jean de Meung (autore del Roman de la Rose, testo del XIII secolo che dipingeva le donne solo come seduttrici), nonché di altri testi avversi alla condizione femminile, intrisa secondo loro solo di dubbio, malinconia e intemperanza. De Pizan ne rimane sgradevolmente colpita e ne fa una questione da discutere a corte.


Pizan presenta invece una società utopica e allegorica in cui la parola dama indica una donna non di sangue nobile, ma di spirito nobile. Nella città fortificata e costruita secondo le indicazioni di Ragione, Rettitudine e Giustizia, De Pizan racchiude un elevato numero di sante, eroine, poetesse, scienziate, regine ecc. che offrono un esempio dell'enorme, creativo e indispensabile potenziale che le donne possono offrire alla società.

Nel 1418, all'età di 53 anni, Christine de Pizan si ritira in un convento. Dopo undici anni di silenzio scrive il suo ultimo libro su Giovanna d’Arco, vedendo in lei la salvezza della Francia. La storia le sta dando ragione: “il sesso femminile vale quanto quello maschile, se non di più.” Purtroppo muore a sessantacinque anni, prima della devastante conclusione della vicenda di Giovanna d’Arco.

Friday, February 7, 2020

Ripasso d’italiano utile

Anche se sei italiano o hai studiato la lingua italiana per diversi anni è bene rivedere il modo corretto di scrivere alcune parole.  Non essendo esposto al linguaggio quotidiano della lingua italiana anch’io posso sbagliare qualche parola e essere preso da dubbi.

Ripasso utile!


Approfondendo, con l’aiuto dell’enciclopedia Treccani:

È CORRETTO: “TUTTO APPOSTO” O “TUTTO A POSTO”?

Se vogliamo intendere “tutto in ordine”, dobbiamo scrivere tutto a posto. Apposto è la forma del participio passato del verbo apporre.


PROPRIO O PROPIO?

La forma corretta è proprio (dal latino proprium ‘personale’)
Frank, sei proprio sicuro che non ti vuoi fermare? (G. Faletti, Io uccido)
Sconsigliabile è la variante popolare propio (derivata dalla stessa base latina), sebbene anticamente fosse comune anche nella lingua scritta
s’io vedessi la propia persona (G. Boccaccio, Decameron).

QUAL È O QUAL’È?

La grafia corretta nell’italiano contemporaneo è qual è, senza apostrofo.
La grafia qual’è, anche se molto diffusa, è scorretta, perché non si tratta di un caso di elisione ma di troncamento, dal momento che qual esiste come forma autonoma.
La grafia qual’è con l’apostrofo è presente nella letteratura del passato, anche recente
Qual’è il piacere che volete da me? (C. Collodi, Le avventure di Pinocchio)
Do un’occhiata alla casa e capisco qual’è la camera (F. Tozzi, Ricordi di un impiegato).

DUBBI
Naturalmente anche qual era si scrive senza apostrofo.
Invece qual’erano si scrive con l’apostrofo, perché viene da quali erano, con elisione di quali.


Friday, January 24, 2020

La Nuova Vita dei Fari d’Italia


Il faro sull'isola Ventotene, nel Lazio
Una rapida lezione di storia ci dice che i primi fari italiani per le imbarcazioni erano costituiti da cumuli di erica e ginestra accesi all'interno delle torri di guardia. Questa combinazione efficace ma un po’ casuale lasciò il posto, nel corso del 1300, a vere e proprie lampade di segnalazione che bruciavano olio d'oliva. È interessante notare che l'olio d'oliva sia stato utilizzato come combustibile nei fari italiani fino alla fine del XIX secolo. Uno dei più famosi - e ancora in funzione - è il Capo di Faro di Genova, costruito nel 1326, che si dice sia stato gestito ad un certo punto da Antonio, zio di Cristoforo Colombo. 

Le circa 5.000 miglia di costa italiana sono sede di centinaia di fari, la maggior parte dei quali antichi. Ben 500 illuminano ancora pazientemente un passaggio sicuro attraverso acque precarie, molti altri sono stati abbandonati al tempo....e senza finanziamenti. Insieme all'elevato numero di fari che punteggiano la costa italiana, ci sono infatti i costi di manutenzione e restauro.

Proprio come le famose promozioni "Comprare una casa per un euro" in numerosi villaggi italiani, come mezzo per proteggere e preservare il patrimonio culturale, l'Agenzia del Demanio ha avviato un programma simile per il restauro dei fari, denominato Valore Paese Faro - il Progetto di restauro dei fari. Basato sul successo di programmi simili in paesi come la Spagna, il Canada e gli Stati Uniti, la missione del progetto è "....il recupero e il riutilizzo dei fari e degli edifici costieri a fini turistici, culturali e sociali, in linea con i principi di sostenibilità legati alla cultura del mare". E, senza dubbio, all'auspicato ingresso di moneta turistica. 


L'avvio del programma nel 2016 è stato siglato con la commissione per l'affitto di 20 fari di proprietà statale dislocati in tutta Italia. Insieme al restauro, l'obiettivo del programma è quello di ridurre il debito pubblico scaricandolo su investitori privati, oltre a favorire il turismo nelle aree rurali. Una volta ottenuta la locazione, tuttavia, inizia l'investimento reale. 

Il faro di Capo Zafferano

Il nuovo proprietario deve avere esperienza nel settore turistico, oltre a presentare un piano fattibile per la ristrutturazione del faro per utilizzarlo come attrazione comunitaria e turistica. Pensate a B&B, location per matrimoni, caffè sul mare, e così via dentro un faro. Una commissione viene poi assegnata per un massimo di 50 anni, insieme all'accordo del locatario a mantenere l'integrità storica del faro durante tutta la sua ristrutturazione, oltre a prevedere procedure e pratiche sostenibili ed ecologicamente valide. Naturalmente, all'investitore sono garantiti alcuni dei migliori immobili sul lungomare italiano, panorami degni di un libro illustrato e la promessa di alti profitti. Con un impegno medio di locazione di 55.000 dollari all'anno e l’attrattività dei crediti d'imposta annuali, è un investimento allettante sia per gli investitori privati che per quelli aziendali.
Il raggio d'azione si è esteso ad altre strutture costiere come antiche torri, fortificazioni, ville e altri edifici di importanza storica che sono sotto la gestione delle Regioni e dei Comuni italiani.

In palio ci sono: il Forte di Castagneto Carducci, situato su una spiaggia Bandiera Blu della Toscana e in attesa di prendere vita come il miglior nuovo B&B sulla spiaggia della città. Preferite qualcosa di più tranquillo? Potrete averlo sull'Isola d'Elba, dove il bianco faro di Punta Polveraia si affaccia sull’azzurro mare ligure, pronto per rinascere come rifugio mozzafiato. Questi progetti non sono facili, ma con una visione d'acciaio, pazienza monumentale e un buon sostegno finanziario, un finale da favola è sicuramente realistico.

Il faro sull'isola di Pantelleria
La Sardegna è la patria di uno di questi esempi: l'Hotel Faro Capo Spartivento. Costruito nel 1854 per ordine del re Emanuele II di Savoia, il faro e gli edifici circostanti, arroccati su una scoscesa scogliera sarda, furono abbandonati nei primi anni ‘80. Un progetto di restauro durato otto anni ha riportato in vita l'antica struttura navale reale, ottenendo anche gli elogi della Marina Militare Italiana, in quanto primo esempio di restauro architettonico militare. 

Il restauro del Faro Capo Spartivento è stato realizzato nel pieno rispetto della conservazione della sua forma originale, con materiali di provenienza locale e pratiche sostenibili. L'energia viene prodotta attraverso pannelli solari, mentre l'acqua di mare desalinizzata copre la necessità di irrigazione del terreno e altri scopi utilitaristici. Il concetto include, oltre alle eleganti camere d'albergo, impieghi comunitari come pacchetti per matrimoni, ritiri creativi, esperienze di team building e accesso aperto ai servizi fotografici. Dalle immagini di questo rifugio solitario, non è difficile immaginare il tempo passato a disintossicarsi tra i canti dei gabbiani e il ronzio della brezza marina sotto il cielo sardo!  

Il faro Vieste in Puglia
Fari di luce: questi grandi vecchi fari hanno tutti l'opportunità di brillare di nuovo grazie al Progetto di Ristrutturazione dei fari italiani. Il guadagno economico è un pezzo del puzzle, ma la cosa più importante è che queste strutture hanno la possibilità di rimanere una parte vitale del paesaggio italiano, una testimonianza visibile delle comunità marinare che hanno servito, e un legame culturale che sarebbe deplorevole vedere scivolare via. 


Lo dice bene l'autore Steve Berry: "Uno sforzo concentrato per preservare il nostro patrimonio è un legame vitale con il nostro patrimonio culturale, educativo, estetico, motivazionale ed economico - con tutte le cose che ci rendono letteralmente ciò che siamo".

Adattato da un articolo dell'Italo Americano

Tuesday, December 17, 2019

Poesie e aforismi sul sonno e la notte


Poesie e aforismi sul sonno e la notte

Leonardo da Vinci faceva solo pisolini mentre Winston Churchill arrivava a 4 ore di sonno. Barack Obama dorme 6 ore, Bill Gates 7, a Silvio Berlusconi bastano poche ore per notte. Alessandro Magno invece dormiva sempre con l’Iliade sotto il cuscino.



Il sonno viene come l’avanzare della marea. Opporsi è impossibile. È un sonno così profondo che né lo squillo del telefono né il rumore delle auto che passano fuori mi arrivano all’orecchio. Nessun dolore, nessuna tristezza laggiù: solo il mondo del sonno dove precipito con un tonfo.
 (Banana Yoshimoto)


Non capisco perché l’insonnia venga di notte.
A me farebbe comodo di giorno.
 (Anonimo)


Il suo ideale di felicità terrena? Sei ore di sonno filate.
(Gesualdo Bufalino)



Si dorme accanto a una persona soltanto quando la si conosce bene, quando si ha fiducia in lei e ci si può abbandonare totalmente, senza paura di esserne traditi. Il sonno ci riporta all’infanzia, rivelando la fragilità celata dalle maschere sociali. Come nell’infanzia, richiede accanto a noi una presenza materna alla quale mostrarci così come siamo, anzi come non sappiamo di essere, perché il sonno ci sottrae a noi stessi.
(Silvia Vegetti Finzi)

Io ho bisogno di dormire almeno 13 ore al giorno. Più la notte.
(Paolo Burini)

È esperienza comune che un problema difficile la sera si risolva la mattina, dopo che il comitato del sonno ci ha lavorato sopra.
(John Steinbeck)

Da Eleusi di Hegel
Il mio occhio s’innalza verso l’eterna volta del cielo,
verso di te, splendente astro della notte
e dalla tua eternità discende l’oblio
di tutti i desideri, di tutte le speranze;
il senso si perde in questa visione,
quel che dicevo «mio» svanisce,
io mi abbandono nell’immenso:
sono in quello, sono tutto, sono solo quello.
Il pensiero ritorna ed è spaesato,
si spaura dinanzi all’infinito, e stupefatto
non comprende la profondità di quella visione.
È la fantasia che avvicina l’eterno al senso,
sposandolo alla figura (…).
(Hegel)

Gli uomini in stato di veglia
Hanno un solo mondo che è loro comune.
Nel sonno ognuno ritorna
A un suo proprio mondo particolare.
(Plutarco)

Non potremo più odiare
Chi abbiamo veduto dormire.
(Elias Canetti)

Da Canto notturno di un pastore errante dell’Asia di Giacomo Leopardi
Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,
Silenziosa luna?
Sorgi la sera, e vai,
Contemplando i deserti; indi ti posi.(…)
Pur tu, solinga, eterna peregrina,
Che sì pensosa sei, tu forse intendi,
Questo viver terreno,
Il patir nostro, il sospirar, che sia;
Che sia questo morir, questo supremo
Scolorar del sembiante,
E perir dalla terra, e venir meno
Ad ogni usata, amante compagnia.
E tu certo comprendi
Il perché delle cose, e vedi il frutto
Del mattin, della sera,
Del tacito, infinito andar del tempo.
(Leopardi)

Sunday, October 6, 2019

Estinzione delle api?

Rimanere senza miele a colazione è l'ultimo dei nostri problemi: le api hanno un ruolo cruciale nella produzione di cibo, e il loro declino minaccia seriamente la sicurezza alimentare mondiale. Un boccone su tre si deve al lavoro degli impollinatori: da api & affini dipende la riuscita di 87 delle principali 115 coltivazioni mondiali, il 35% della produzione globale di cibo. Si stima che per gli ecosistemi naturali e artificiali della Terra l'impollinazione valga circa 200 miliardi di dollari.


Tuttavia, dal 2014 in poi abbiamo assistito inermi alla scomparsa di oltre 10 milioni di alveari, e soltanto in Italia le arnie che diventano "silenziose" cessando il ronzio sono 200 mila all'anno. Mentre la comunità scientifica si interroga sulle cause di questo fenomeno complesso noto come sindrome di spopolamento degli alveari (dovuto a una serie di fattori che vanno dall'urbanizzazione all'uso di fitofarmaci, alle parassitosi), quel che si sa è che i cambiamenti climatici stanno rendendo la vita impossibile per le piccole operaie alate. Almeno in tre modi:

1. Perdita dell'habitat. Il rialzo delle temperature spinge le api a migrare verso latitudini più fresche e stabilirvi nuovi alveari. Tuttavia, questi spostamenti non avvengono abbastanza velocemente per tener passo ai ritmi del riscaldamento globale. Diversamente dalle farfalle, che in risposta ai cambiamenti climatici migrano verso i poli, le api, i bombi e altri indispensabili impollinatori faticano ad adattarsi alle condizioni imposte dai nuovi habitat. Il risultato è un "accorciamento" del loro areale di circa 300 km, in Europa e Nord America: mentre il limite territoriale a sud si sposta verso l'alto, verso territori meno torridi, quello settentrionale resta dov'è, e il territorio delle api si contrae.

2. Variazione delle stagioni. Il rialzo delle temperature porta a fioriture anticipate, con il risultato che i fiori mettono polline e nettare a disposizione quando le api non sono ancora pronte a raccoglierlo. Uno sfasamento di pochi giorni è sufficiente a impattare negativamente sulla salute delle api: compromette le loro capacità riproduttive, le rende meno attive e più vulnerabili ai parassiti.

3. Malattie. Il global warming facilita la diffusione dei parassiti che attaccano le api, come l'acaro Varroa destructor, che indebolisce e attacca le operaie, o il fungo Nosema ceranae, che compromette le funzioni digestive degli impollinatori. Per quanto riguarda quest'ultimo, che insieme al Varroa e all'Aethina tumida costituisce la minaccia principale tra le malattie degli alveari, è stato dimostrato che temperature più basse ne limitano la prevalenza. Di conseguenza, temperature più alte causate dai cambiamenti climatici potrebbero significare più api colpite da parassitosi. 


Come agire? Oltre a sostenere l'impegno politico di contrasto al global warming, nel concreto possiamo incoraggiare le fioriture "amiche" delle api in giardino e sul balcone, per attirare e nutrire questi preziosi insetti. Piante stagionali adatte anche a un utilizzo alimentare, come rosmarino, erba cipollina, salva, lavanda, basilico, o fiori molto colorati e profumati, offriranno a questi insetti una fonte di sostentamento in più per tutto l'anno, anche se abitate in città.

La moda degli alveari sui tetti delle città è diffusa in mezzo mondo. Sembra infatti che a dispetto dell'inquinamento le api di città, che hanno fiori molto vari e più o meno tutto l'anno, siano più "produttive" di quelle di campagna.

(Scritto e pubblicato sul sito: focus.it)

Monday, September 2, 2019


Viva la pasta!

Ben l'84% di persone in tutto il mondo affermano di apprezzare il cibo italiano! L'italiano medio consuma ogni anno 60 chili di pasta: abbastanza spaghetti da girare attorno al mondo circa 15.000 volte. La verve, la passione e la qualità superiore così profondamente parte della cultura alimentare italiana vivono prepotentemente di pasta; e questa storia d'amore sembra possa durare per sempre.


Lunga, corta, sottile, larga, attorcigliata, arricciata, pizzicata, annodata: la pasta in tutti i suoi gloriosi formati è onnipresente in Italia, è un alimento di base che potrebbe classificarsi al primo posto nella lista del "Cosa ti viene in mente quando pensi all’Italia?". Naturalmente, si presume che il primo piatto di pasta sia stato offerto all'umanità, secoli fa, nella penisola italiana. Ma in realtà, l'origine della pasta, come la conosciamo e amiamo oggi, è un po' complicata ... è un argomento che ancora cerca una cronologia verificabile.

Un antico mito dice che l'esploratore veneziano Marco Polo tornò dalle sue avventure in Cina nel 1295 con della pasta e che la fece conoscere ai suoi connazionali. Indubbiamente, Polo è tornato con molte delizie culinarie, ma ci sono prove piuttosto abbondanti sul fatto che la pasta esistesse già in Italia in quel periodo e che stesse già guadagnando popolarità nel corso del 13° secolo. Il 1279 racconta di un soldato genovese che chiede un cestino di maccheroni, la "bariscella piena de macarone", da lasciare all’amata, sicuramente facendo riferimento al già elevato stato di notorietà raggiunto dalla pasta alcuni anni prima del ritorno di Marco Polo. Un secolo prima il geografo musulmano al-Idrisi ha scritto di aver visto la pasta prodotta in Sicilia.

Un'occhiata all'antica Cina è un buon inizio per decifrare gli inizi della pasta. Indubbiamente, le tagliatelle a base di riso e altre farine sono state un punto fermo in Cina e in tutta l'Asia fin dall'antichità. Mentre le spedizioni e le invasioni si spostavano verso ovest, così facevano i loro noodles.

Sebbene nessuno sappia esattamente quando la prima scodella di chow mein sia stata mangiata sul suolo europeo, l’immaginazione e contributi accademici ci suggeriscono che in origine siano stati gli Arabi ad introdurre i noodles nel mondo mediterraneo nell'VIII secolo. Anche se questi erano molto diversi da quelli che oggi consideriamo pasta, il contributo arabo relativamente a salse e spezie è ancora radicato nella cultura dell’Italia meridionale.

Alcuni hanno proposto che la pasta esisteva in Italia molto prima dell'VIII secolo, sulla base di un rilievo scolpito rinvenuto in una tomba etrusca del IV secolo a.C. a Cerveteri. Neppure l'archeologia molecolare ha trovato prove nelle antiche rovine etrusche, romane e greche. Lo storico della gastronomia americana Charles Perry ha esplorato le origini della pasta e anche lui offre una confutazione: "....non c’è alcun riferimento romano certo ad una tagliatella di qualsiasi tipo, tubolare o piatta, e questo rende la teoria etrusca ancora più improbabile...." 

Nel XII secolo, il grano duro fece la sua comparsa. Necessario per produrre una pasta abbastanza robusta da essere tirata sottilissima, asciutta senza incrinarsi, e abbastanza resistente da sopportare l'ebollizione pur conservando sapore e una piacevole consistenza.

Cosi si asciugava la pasta

Il clima soleggiato della Sicilia e del sud Italia combinato con l'aria calda e secca e il raffreddamento delle brezze marine, ha dato condizioni che si sono rivelate ideali per la coltivazione di questo grano ... e per la nuova tecnica di essiccazione della pasta introdotta dagli Arabi.

Dal XIII secolo riferimenti a piatti di pasta si notano con frequenza crescente nell’intera penisola. Lo scrittore Boccaccio la menziona nel Decamerone.

Benché popolare, la pasta era inizialmente considerata cibo per gli aristocratici, perché i costi di produzione erano troppo alti. Tutto ciò cambiò, tuttavia, quando la produzione meccanica della pasta incominciò a Napoli nel 1600. I tempi erano duri, la carne e i prodotti erano scarsi, ma il grano no. I negozi di pasta fiorirono in tutta l'Italia meridionale. I napoletani divennero noti come "mangia-maccheroni." Questa nuova dieta si diffuse rapidamente in tutta Italia. Dal 1700 al 1785, solo a Napoli, i negozi di pasta passarono da 60 a 280.


Produzione delle orecchiette a mano
Sebbene sia difficile immaginare la pasta senza una salsa al pomodoro, dobbiamo aspettare il 1692 per la sua prima ricetta documentata. Le perfette condizioni di coltivazione dell'Italia meridionale hanno facilitato la disponibilità di abbondanti prodotti freschi che, una volta combinati con l’ingegnosa arte culinaria italiana, hanno dato forma alla ricchezza delle nostre salse e hanno dato vita ai nostri piatti di pasta preferiti.

- Basato anche su un articolo dell'Italo-Americano di 22 agosto e un articolo di National Geographic.