Monday, July 17, 2017

Lezioni dell’antica Roma per gli ingegneri moderni.


Enormi possibilità per l’uso moderno di un antico materiale.  Il calcestruzzo, il materiale da costruzione inventato e usato per secoli dai romani è più forte oggi di quando è stato originariamente applicato. 

Invece il calcestruzzo moderno esposto all’acqua salina si corrode solo in alcune decine di anni. 

Concrete from ancient Rome for stronger sea walls

Two thousand years ago, Roman builders constructed vast sea walls and harbor piers. The concrete they used outlasted the empire — and still holds lessons for modern engineers, scientists say.

A bunch of half-sunken structures off the Italian coast might sound less impressive than a gladiatorial colosseum. But underwater, the marvel is in the material. The harbor concrete, a mixture of volcanic ash and quicklime, has withstood the sea for two millennia and counting. What's more, it is stronger than when it was first mixed.
The Roman stuff is “an extraordinarily rich material in terms of scientific possibility,” said Philip Brune, a research scientist at DuPont Pioneer who has studied the engineering properties of Roman monuments. “It's the most durable building material in human history, and I say that as an engineer not prone to hyperbole.”

By contrast, modern concrete exposed to saltwater corrodes within decades.
The mystery has been why the ancient material endured. “Archaeologists will say they have the recipe,” said Marie Jackson, an expert in ancient Roman concrete at the University of Utah. (Pliny the Elder once wrote an ode to concrete “that as soon as it comes into contact with the waves of the sea and is submerged becomes a single stone mass, impregnable to the waves.") But it's not the complete picture: It's one thing to assemble the ingredients, another to know how to bake the cake.

 Drilling at a marine structure in Portus Cosanus, Tuscany, in 2003. (J.P. Oleson)

To that end, Jackson and her colleagues peered into the microscopic structures of concrete samples, extracted from the sea walls and piers as part of a project called the Roman Maritime Concrete Study. “This rocklike concrete is behaving, in many ways, like volcanic deposits in submarine environments,” Jackson said.

Where modern concrete is designed to ignore the environment, Roman concrete embraces it. As the scientists report in a study published Monday in the journal American Mineralogist, Roman concrete is filled with tiny growing crystals. The crystals, like tiny armor plates, may keep the concrete from fracturing.

The scientists subjected the concrete samples to a battery of advanced imaging techniques and spectroscopic tests. The tests revealed a rare chemical reaction, with aluminous tobermorite crystals growing out of another mineral called phillipsite. Brune, who was not involved with the study, called the work a “significant accomplishment.” He likened it to the scientists biting into a cake of mysterious flavor and determining that the baker used organically sourced dark chocolate.

In this instance, the key ingredient proved to be seawater. As seawater percolated within the tiny cracks in the Roman concrete, Jackson said, it reacted with the phillipsite naturally found in the volcanic rock and created the tobermorite crystals.
“Aluminous tobermorite is very difficult to produce,” she said, and requires very high temperatures to synthesize small amounts. Cribbing from the ancient Romans might lead to better production of tobermorite, which is prized for its industrial applications, she noted.

The Romans mined a specific type of volcanic ash from a quarry in Italy. Jackson is attempting to recreate this durable concrete using San Francisco seawater and more abundant volcanic rocks. She has several samples sitting in ovens and jars in her lab, which she will test for evidence of similar chemical reactions.

If her effort is successful, the concrete could yet have a role to play in human history — “if one was indeed interested in making sea walls” and “forced to protect shoreline environments,” Jackson said. (In one 2014 study, a team of European climate scientists predicted that, if the next 90 years follow the trend of the past 30, the cost of constructing barriers to hold back the sea might rise to as high as $71 billion per year. The alternative, coastal flooding, could do trillions of dollars in damage annually.)

Modern sea walls require steel reinforcements; a future in which “large relic walls of twisted steel” dot the coast would be “very troubling,” Jackson said. The Romans didn't use steel. Their reactive concrete was strong enough on its own. 
“It's not just a historical curiosity,” Brune said. “It may yet have a part to play.”


By Ben Guarino, Washington Post

Friday, June 9, 2017

Alcuni anni fa durante una vacanza in Italia abbiamo passato una decina di giorni in Sicilia.  Siamo partiti da Roma alle 9 e verso le 14 percorrendo la famigerata Salerno Reggio Calabria, abbiamo raggiunto la punta dello stivale da dove abbiamo preso il ferry per Messina.  Raggiunta l’Isola abbiamo proseguito per Taormina.  Avremmo potuto costeggiare la parte meridionale dell’isola, ma a Betsy piacciono moltissimo i mosaici, ne è quasi ossessionata, quindi ci siamo diretti subito per Piazza Armerina, sito di una villa romana con fantastici mosaici. Poi abbiamo visitato Agrigento, la valle dei Templi, Selinunte, a Trapani abbiamo preso un altro ferry per l’isola di Favignana dell’arcipelago delle Egadi, poi Erice, Palermo, Cefalù, ecc.  Anche se erano i primi di ottobre abbiamo fatto spesso il bagno e mangiato benissimo!

Naturalmente abbiamo scattato molte foto e una in particolare mi era rimasta stranamente impressa: le ragazze in bikini di piazza Armerina.  Come mai ci sono voluti circa 18 secoli per rivedere le ragazze in bikini?  Basta pensare alle nostre nonne o bisnonne come erano vestite quando andavano al mare!!  Erano infagottate come in un una fredda giornata d’inverno!!  

Quest’articolo fa un po’ di luce sul soggetto.

Le ragazze siciliane in bikini

Quando il bikini moderno arrivò sugli scaffali di Parigi, nell’estate del 1946, le donne del Mediterraneo lo agguantarono rapidamente. Un anno più tardi, il più piccolo costume da bagno del mondo fu presentato negli Stati Uniti. Lanciato nel mondo, conquistò America ed Europa. Un legame d’amore femminile che dura da 71 anni. Il bikini non ha mai perso il suo allure.
Comunque, sembra incredibile che il vero inventore del due pezzi non sia il sarto francese Luigi Réard, che ne coniò il nome ispirato dall’atollo di Bikini nel Pacifico Meridionale dove quell'estate gli Stati Uniti condussero due test atomici - Réard scelse quel nome sperando che il costume da bagno minimalista avrebbe suscitato lo stesso choc della bomba atomica…
Abbastanza stranamente, il piccolo costume da bagno era già portato da ragazze romane nel 4° secolo e questo particolare spirito libero di Roma antica, riguardo agli indumenti femminili, è provato da mosaici intriganti in Piazza Armerina, Sicilia.
Piazza Armerina in provincia di Enna è a circa 721 metri sopra di livello del mare in cima a una delle più straordinarie viste della Sicilia. Un eccezionale sito patrimonio mondiale dell’Unesco che si trova a 5 km a sud-ovest della città: Villa Romana del Casale è un esempio supremo di lussuosa villa romana che graficamente illustra la predominante struttura sociale ed economica della sua epoca.
I suoi mosaici d’inizio 4° secolo sono eccezionali per la loro qualità artistica, per inventiva e numero. Un'attrazione per i visitatori di tutto il mondo. Si può scaricare gratuitamente la guida ufficiale su villaromanadelcasale.it.
Alcuni dei mosaici più famosi della villa dipingono il peristilio e una grande caccia. I meravigliosi lavori includono anche le famose “Ragazze in Bikini”, un dipinto di un gruppo di giovani donne che indossano top fasciati, il pezzo di sotto del bikini e anche cavigliere che si sentirebbero perfettamente a casa sulle spiagge della California Meridionale di oggi.
Tuttavia, era ancora la Sicilia antica e le cosiddette Ragazze in Bikini ante litteram, erano ginnaste romane. Portando quella che sembra essere la prima versione del bikini, si stanno esibendo in una gara sportiva e sembrano molto toniche. 
La scena incredibile è nota come “l’Incoronazione del Vincitore." Gli studiosi sono oggi d'accordo sul fatto che la scena dipinga una competizione sportiva, come attestato in quattro fonti; teorie precedenti suggerivano una gara di bellezza. Ovviamente, il patrocinio di gare sportive femminili va associato esclusivamente alla classe sociale più elevata dell'Impero romano.
In questa bella villa siciliana, ragazze in Subligar, come i Latini chiamavano gli slip femminili, partecipano a numerose attività come il salto in lungo con pesi in mano, giocano a pallamano, corrono e lanciano il disco.
Ciò che rimane di questa villa sontuosa mostra la raffinatezza e la civiltà dei nobili nelle epoche romane. Coprendo 4,000 metri quadrati, è stata costruita su una serie di terrazze con tre assi principali che ai visitatori offrono prospettive spettacolari dei pavimenti con mosaici particolareggiati. Scene di caccia, storie mitologiche, vita domestica e paesaggi esotici, tutti mostrano una sorprendente attenzione realistica al dettaglio. Artisti dal Nord Africa furono impiegati per completare i lavori.
Qui nella villa di campagna si poteva intraprendere l'otium, il riposo con l'agio e il piacere dell'inattività e dell'indolenza pura e semplice. Si poteva leggere un libro sugli antichi e dormire o riposare in base all’umore mentre si godeva in grande abbondanza del cibo fresco della Sicilia. Il proprietario era libero dal negotium, da affari pubblici e attività.
La ricerca di otium era un modo di vivere per le classi romane agiate e ha prodotto la classica villa romana. La Villa Romana del Casale è uno dei migliori esempi nel mondo romano antico per la sua bellezza e complessità.
Gli abitanti della Sicilia fornivano il grano per gli antichi Romani. Nel corso dei secoli, la campagna di Piazza Armerina ben rappresentò il granaio della Sicilia, del quale la masseria, una grande fattoria fortificata, è il suo simbolo. C’erano agrumeti e boschetti di ulivo e folti boschi di pino che prestavano all'aria quell’inconfondibile aroma di Mediterraneo.
Il centro di Piazza Armerina è metà medievale e metà barocco. Il suo Duomo del 17° secolo è il più interessante fra gli edifici barocchi. In agosto la vivace festa del Palio dei Normanni attira molti visitatori.
Dalla rivista Italo-Americano, mariella radaelli | May 18, 2017

Friday, May 12, 2017

TAP - i pro e i contro 

LECCE (di Matteo Greco) – La Trans Adriatic Pipeline, meglio conosciuta con l’acronimo TAP, è un progetto volto alla costruzione di un nuovo gasdotto che permetterà, passando da Grecia e Albania, l’afflusso di gas naturale proveniente dall’Azerbaigian e dalla zona del Caucaso attraverso la connessione con il gasdotto trans-caucasico e quello trans-anatolico. L’opera è una delle più complesse catene mai progettate al mondo, non solo per la sua realizzazione pratica, ma anche per il grande dibattito che inevitabilmente è scaturito. Com’è noto, l’approdo del condotto è stato previsto a San Foca, marina di Melendugno, e le opinioni sulla bontà e sulla necessità dell’opera sono innumerevoli e spesso in contraddizione tra loro.


Perché “sì” – Secondo la società promotrice, l’opera porterà non pochi vantaggi al territorio. Tra questi, sul sito ufficiale di TAP AG viene riportato che la sua realizzazione “darà contributo diretto al prodotto interno lordo (PIL) attraverso il gettito fiscale e posti di lavoro in più durante l’esecuzione dei lavori e l’esercizio. TAP offrirà all’Italia nuove opportunità di innalzare la propria competitività, facendovi affluire direttamente un volume iniziale di 10 miliardi di metri cubi di gas l’anno, pari a una quota significativa dei consumi totali del Paese. Il gasdotto si avvale di società italiane di ingegneria altamente specializzate. Una volta entrato a pieno regime, necessiterà di personale su base permanente presso il Terminale di Ricezione a Melendugno per monitorare le operazioni quotidiane locali e il funzionamento dell’intero gasdotto”. Il gasdotto darà uno slancio anche alla Dorsale adriatica di Snam rete e gas, naturale proseguimento dell’iter del gas verso il continente. Inoltre la creazione di un corridoio energetico meridionale che avrà sbocco a Melendugno renderà la Puglia un importantissimo hub energetico per l’Italia e l’intera Ue grazie al quale, a detta di molti, si potrà raggiungere una maggiore indipendenza dal gas russo.

Perché “no” – Queste e altre previsioni di rendita e utilità della grande opera non accontentano assolutamente la popolazione locale che ormai da tempo si oppone alla sua realizzazione. Sul fronte del NO vi sono diverse associazione e circa 40 sindaci del territorio salentino interessato, i quali non vedono nessun reale e sostanziale tornaconto per il Salento e l’Italia in generale. L’infrastruttura, infatti, arriva dal mare, attraversa la falda acquifera, mette a rischio la costa, l’habitat marino e le piantagioni antiche di ulivi (anche millenari) stravolgendo cosi un ambiente che fa da sempre della pesca, del turismo e dell’agricoltura i suoi punti di forza. Inoltre, la Tap è pericolosa e vanno prese precauzioni secondo le normative vigenti: la pesca sarà vietata, i lidi e la fascia di costa circostante il tunnel dovrà essere interdetta e anche la zona del “microtunnel”, più interna, dovrà essere asservita con delle fasce di sicurezza; per non parlare della centrale di depressurizzazione prevista subito fuori il centro abitato di Melendugno, fra vegetazione e masserie, che occuperà ben 12 ettari con ciminiere di circa 10 metri per smaltire i fumi della combustione. Dove passa un gasdotto, tutte le altre attività economiche diventano “secondarie” o collaterali, e secondari e collaterali diventano anche gli abitanti di quelle terre: è questa la preoccupazione di coloro che si oppongono al progetto che rimane ancora con tanti punti da chiarire come ad esempio i veri e propri utilizzatori del gas metano che dovrà arrivare (anche italiani o solo europei?)


Il governo è deciso a non bloccare la realizzazione, visto il parere favorevole al via da parte del Ministero dell’Ambiente che sembra non prevedere nessun forte impatto ambientale dell’opera, ma le amministrazioni locali e i cittadini non vogliono gettare certo la spugna. 

da Leccezionale Salento

Thursday, March 30, 2017

Tradizioni in cucina costruite ad hoc: piatti tipici che non sono tipici


La cucina tradizionale si trasforma e si adatta al Paese di destinazione, molto più velocemente dei migranti che l'hanno portata con loro.

Oltre alla speranza, i migranti di ogni tempo si portano dietro anche le tradizioni culinarie di casa. Sarà la necessità, o la libertà di sperimentare, ma succede che la cucina tipica viene però spesso reinventata, si fonde con la gastronomia locale e genera nuovi piatti - poco comuni o addirittura ignorati in madrepatria, considerati però nel resto del mondo "100% originali".

Salsa Alfredo. Le fettuccine Alfredo furono effettivamente "inventate" in Italia, agli inizi del '900, da un ristoratore romano, Alfredo di Lelio. La ricetta originale prevedeva il condimento con parmigiano e burro... Una deliziosa, ma umile pasta al burro. Fuori dall'Italia, dove questa preparazione è molto popolare, la salsa è arricchita da una dose abbondante di besciamella. Ogni anno il 7 febbraio viene celebrato il Fettuccine Alfredo day.

Chicken tikka masala. Questo piatto apparentemente indiano è nato in seno alla comunità bengalese del Regno Unito, ed è un chiaro esempio di come gli immigrati spesso reinventino le tradizioni culinarie di casa in tutta libertà. Come dimostra il fatto che non esista una ricetta standard del chicken tikka masala: se ne contano più di quaranta versioni (e il Bengala non è abbastanza grande per averle partorite tutte)!

Ad ogni modo, in linea generale la pietanza consiste in tranci di pollo marinati e serviti con una salsa speziata di pomodoro e latte di cocco. Il chicken tikka masala è diventato uno dei piatti più comuni nei menu inglesi, ed è da molti considerato il piatto nazionale britannico.

Chop suey. Una giornalista gastronomica l'ha definito "il migliore scherzo culinario mai realizzato". Il piatto venne inventato dalla comunità cinese della California nel XIX secolo e la sua origine è quasi mitologica. Una delle leggende racconta che un giorno in un ristorante cinese di San Francisco, quando era ormai orario di chiusura, si presentò un gruppo di minatori ubriachi. Il cuoco del locale, per evitare problemi, improvvisò un piatto con avanzi e scarti. I minatori adorarono quello stufato di carne con riso fritto, cavolo e germogli, che è ancora oggi uno dei piatti più popolari della cosiddetta cucina cinese degli Stati Uniti.

Chili con carne. Come altre pietanze comuni nei ristoranti di cucina messicana di tutto il mondo, il chili con carne è semmai un esempio di cucina tex-mex, ossia la fusione dei sapori messicani con la gastronomia degli stati americani al confine col Messico. Il piatto consiste in uno stufato di carne, peperoncino, pomodori e fagioli.

Spaghetti e polpette. Un altro dei piatti tipici della cucina italo-americana che in Italia è pressoché sconosciuto.

Va detto però che esistono due ricette del Sud Italia vagamente simili: la pasta seduta e i maccaroni azzese, due portate di origine pugliese, dai nomi diversi, che condividono in tutto e per tutto ingredienti (pasta, sugo di carne, polpette fritte e sbollite nel ragù, parmigiano grattugiato) e preparazione.

Uramaki. È un tipo di sushi con l'alga nori arrotolata al suo interno. Non è comune in Giappone, anche perché è nato in California negli anni '70. Tra l'altro, quando questo piatto contiene avocado, cetriolo e ingredienti esotici, è più propriamente chiamato California roll: una varietà di sushi inventata appunto a Los Angeles.


Biscotti della fortuna (ancora!). Gli immigrati cinesi della California si dimostrarono particolarmente bravi ad adattare i sapori della propria tavola al palato statunitense, ma anche ad appropriarsi di elementi culturali estranei, come quello dei biscotti della fortuna a fine pasto. Questo dolcetto appartiene infatti alla tradizione giapponese, ma sono stati i ristoranti sino-americani a renderlo popolare in tutto il mondo.

da Focus Italia

Thursday, March 16, 2017

Sunday, February 26, 2017

Ti amo, no… ti voglio bene. Differenze linguistiche e culturali


A differenza dell'inglese, la lingua italiana ha due diverse espressioni per manifestare il sentimento amoroso: "ti amo" e "ti voglio bene" sono utilizzati in modi e contesti diversi, ma ad entrambi sono dedicati numerosi versi poetici, canzoni e libri

La vita è una ciliegia. La morte il suo nòcciolo. L'amore il ciliegio. – Jacques Prévert (da Chanson du mois de mai)
Ary Scheffer, Les ombres de Francesca da Rimini et de Paolo 
Malatesta apparaissent à Dante et à Virgile, 1835

Ti amo VS ti voglio bene
Strano come noi italiani modifichiamo il sentimento dell’amore con le parole, e come la maggior parte di noi non dica ti amo facilmente a un amico o a qualcuno dei nostri cari. Per molti italiani l’amore per definizione è un sentimento intenso tra l’amante e l’amato in un rapporto di passione, perciò, difficilmente si sente l’espressione affettiva ti amo fra maschi, salvo che non sia detto ironicamente (parlo di amicizia o relazioni tra padre e figli, per esempio, e non tra due amanti). Ti amo è un’espressione di forte sentimento e viene usata tra due amanti, due fidanzati, o con chi si ha una relazione sentimentale.

Una conversazione con una mia amica che vive a New York mi ha portata a questa riflessione sulle due espressioni d’amore usate da noi italiani: “ti amo” e “ti voglio bene”. La mia amica affermava che lei “ti amo” lo dice facilmente alla mamma e alle amiche per dimostrare l’affetto che prova per loro. A me non viene facile dire “ti amo” alla mia mamma o altri famigliari, e per esprimere il mio affetto verso di loro uso l’espressione “ti voglio bene”, frase che, al contrario di “ti amo”, non ha connotazioni passionali o d’intimità. Questo non significa che io “ami” la mia mamma meno di chi le dice “ti amo”, ma semplicemente uso parole diverse, mentre i miei figli nati in America mi dicono “I love you”.

Quando si tratta di essere espressivi con le persone che abbiamo a cuore, tutto dipende dalla cultura famigliare in cui siamo cresciuti. Anche se ci sono tanti italiani che dicono “ti amo” facilmente, in alcune regioni d’Italia questa voce raramente è usata con gli amici, i figli, i genitori, i fratelli e le sorelle, e l’affetto che si prova per loro si esprime, invece, con l’espressione “ti voglio bene”, letteralmente “voglio il tuo bene”. In inglese questa differenza non c’è e tutti dicono “I love you”. Ma ci sono anche espressioni come “I care for you/I feel for you” che si traducono bene con “ti voglio bene” e che significano “mi stai a cuore”. Inoltre, c’è l’espressione “I wish you well” letteralmente “ti voglio bene” ma il suo significato è un augurio di buona riuscita per un viaggio o un progetto importante, oppure un saluto di addio per una persona che parte e va via.

Amore, questione di definizione


A parte la famosa frase di Prévert, riportata in apertura di questo articolo, includo anche due definizioni: 1) A-mó-re, un'etimologia falsa ma molto poetica che deriva dal latino a-mors, senza morte. È un affetto intenso, costante, e fortemente radicato per qualcuno di profonda tenerezza, o devozione. 2) Sentimento, affetto che comporta anche attrazione, forte ed esclusiva per una persona, fondata sull’istinto sessuale, che si manifesta come desiderio fisico e piacere dell’unione affettiva. – Garzanti.

Amore e Psiche di Antonio Canova
Malgrado ciò, quando si parla di amore, fraterno, materno, paterno, tra amici o amanti troviamo che questa parola è tra le più usate non solo fra persone, ma anche nei romanzi, nelle poesie, e dai media. Eppure, è difficile dare una definizione universale all’amore ed essere tutti d’accordo, anche se questo sentimento è un’esperienza indispensabile che riempie e caratterizza la vita di ognuno di noi. L’amore è un sentimento d’intenso affetto che ci procura una sensazione di benessere fisico e psicologico. Sentimento espresso da una madre verso il figlio, e viceversa, o l’affetto verso il padre, il proprio fidanzato, il marito o il compagno ma può essere anche un forte sentimento verso un animale, un oggetto o un ideale: l’amore per la patria e per il proprio paese natio, oppure per la musica o l’arte. Perciò l’amore non è solo un sentimento di profondo e intenso affetto romantico e passionale, anzi può essere anche di simpatia, rivolto verso qualcosa o qualcuno, quindi, si può dire che si ama una cosa o qualcuno per dire che piace moltissimo. Anche se, quando si parla d’amore, e di cosa si ama, molto dipende dal rapporto che c’è fra le persone cui è espresso, e dal modo o dal momento in cui la frase è detta.

Che significa innamorarsi
L’innamoramento ha a che fare con gli ormoni, la passione, le somiglianze nel carattere, le attitudini personali, e i bisogni da soddisfare. Innamorarsi significa riflettere il proprio amore nell’altro e allo stesso tempo coinvolge e sconvolge facendo provare emozioni diverse. Sull’innamoramento psicologhi e scrittori hanno versato fiumi d’inchiostro. Per saperne di più su questo tema consiglio di leggere, e di far leggere agli studenti, il libro Innamoramento e Amore del sociologo Francesco Alberoni, secondo cui ci si innamora quando si è pronti a mutare e a iniziare una nuova vita.


Adatta da un'articolo sul blog "lavocedinewyork", di Filomena Fuduli Sorrentino, 08 Mar 2015

Friday, February 10, 2017

The Stolen Bucket – Modena’s Prized Pail

When I stepped out of the train station in Modena for the first time, I was greeted by graffiti six feet tall sprayed along an entire brick wall declaring: GRAZIE A DIO NON SONO BOLOGNESE! (Thank God I'm not from Bologna!). Obviously, Modena had some problems with its neighbor.
I assumed, as with many issues in Italy, that this rivalry came down to cooking. My neighbor across the alley, Franco, told me, "The Bolognesi were lucky to have the good people from Modena next to them to teach them how to cook properly. If it weren't for us, they'd still be wearing animal skins and beating on drums."
I pointed out to Franco that in English, baloney—often spelled "bologna"—is synonymous with "nonsense." "See? Even your language recognizes how ridiculous these Bolognesi are!"
Town pride runs deep in Italy and even has a name: campanilismo, or loyalty to your campanile, or church bell tower. Long ago, the steeple would always ring out the time for everyone working in the fields. Today, when I would ask for directions, whether my destination was north, south, east, or west, many Italians had to rely on the campanile, the highest structure in town, to indicate the way.
Mostly, this allegiance to your campanile means boost­ing your own town at the expense of your neighbors. Since medieval times, Modena and Bologna (Emilia-Romagna region) have had a rivalry, as depicted in a mock-heroic poem written back in the 1600s by a Modenese writer about "La secchia rapita" or the stolen bucket. The poem tells of how Modenesi stole the bucket from a well in Bologna in 1325 after a "glorious victory" (words of my present-day friends from Modena).
During the Middle Ages, Modena was the home of the Este dukes. It was located in the northern part of the region called "Emilia," after the Roman road Via Emilia. Bologna, however, was controlled (and looted) by the popes in Rome, who controlled the southern part of the whole region, hence its name "Romagna."
   The Holy Roman Emperor, Frederick II, had set the border between the two cities, so Modena laid its loyalties in the Emperor while Bologna pledged allegiance to the decadent popes in Rome. These were the same rivalries between the Guelphs (who supported the Pope), and the Ghibellines (who supported the Holy Roman Emperor) that rocked northern Italy for centuries. In other words, both sides felt they had divine right to ransack each other.
   Bologna's militias, supported by Flor­ence and the other Guelph cities in the Papal States, didn't respect the border and continually attacked and often oc­cupied castles and outposts in Modem's territory. As Modena started to retaliate, Bologna raised an army of 32,000 sol­diers and knights to put the Ghibellines in their place. Modena, together with the cities of Mantua and Ferrara, put together a much smaller army of just 7,000 cavalieri and other well-trained fighters, and had the Bolognesi on the run by nightfall.
   The Ghibellines from Modena and their allies pushed the Guelphs all the way to the gates of Bologna. Rather than lay siege to the city, which could have been disastrous since the other papal armies would surely have come to the rescue, the army from Modena and Ferrara staged a horse race outside Bologna's walls to thumb their collec­tive noses. Horse races in Ferrara were already an annual tradition dating back to 1259 and predate the famous Palio di Siena by nearly four hundred years.
   While the Modenesi forces occupied the smaller towns outside of Bologna, soldiers snatched an oak pail used at one of the town wells. The secchia rapita, or stolen bucket, became symbolic of Modena's famous victory over its much larger rival. My Modenese friend, Marina, explained to me that they make fun of people from Bologna for being "papi" or little popes, because they were under the Pope's rule for so long whereas Modena was allowed to flourish.
She took it upon herself to prove Modena's superiority over Bologna and pointed to Modena's campanile, nick­named the Ghirlandina. The 290-foot tower stands next to a statue of Modena's most famous poet, Alessandro Tassoni, who wrote the mock-heroic story of the town's battle with Bologna and the secchia rapita.
Marina's husband, Enrico, works at Modena's comune, or city hall, and was entrusted with a key to the Ghir­landina. Enrico opened the creaky old wooden door to the medieval bell tower, which has a healthy lean and seemed like it could crumble at any time. No building in Modena can be built higher than this eight-story marble campanile since its height serves as a beacon to the locals to navigate Modena's tangly streets where old canals used to run. But mostly, the Ghirlandina rings out the time and is a call to gather to anyone not already in the piazza.
   We entered the musty stairwell and Enrico pointed out the stolen bucket, la secchia rapita, dangling from a chain far out of reach. I stood in awe, but then he confided that this is a clever decoy placed on display in case any pranksters from Bologna want to steal it. The real bucket stands proudly in the Modena city hall under a plexiglass protector.
Marina told me that a few years ago, some university students from Bologna played a prank by sneaking into the city hall and stealing back the bucket. In its place, they left an enormous mortadella (baloney), one of the symbols of Bologna. Even though the bucket was eventually returned, people in Modena admonished me for chuckling. "It's just not funny," they said. "This is a very serious crime."

Others, however, were able to see the humor in sub­stituting the secchia rapita bucket with a mortadella. Nevertheless, the Modenesi never balked at the chance to heckle their neighbors in Bologna, "Obviously they don't respect their food. We couldn't imagine leaving a leg of prosciutto for the Bolognesi!"

By Eric Dregni

from Italian America, Winter 2017