Sunday, January 20, 2019


“Roma”, l’amarcord di Alfonso Cuarón

La memoria come unica guida, il bianco e nero del passato ma il digitale per riportarla al presente: per il regista messicano, "Roma", dopo il trionfo a Venezia, è il film della vita.

“Roma” è il nome del quartiere di Città del Messico in cui Alfonso è nato 57 anni fa, e proprio sulla base di quei ricordi di bambino ha scritto, da solo, il copione. La protagonista è Cleo (Yalitza Aparicio, non professionista più brava di tante attrici da una vita), la tata di una famiglia borghese – che poi sarebbero i Cuarón stessi –, padre assente, madre dolente, figli confusi, per fortuna una nonna saggia. Tutt’attorno c’è il Messico dei primi anni Settanta, con il capitalismo che bussa alla porta, le inquietudini rivoluzionarie, la tensione continua tra tradizione e modernità. 

«Perché ho fatto questo film?», si interroga Alfonso da sé. «Per esplorare a fondo la mia memoria. Ma anche perché volevo capire cosa avrebbe significato per me, oggi, tornare a quei ricordi. La memoria è l’unico strumento che ho usato per scrivere Roma. Mi sono confrontato con i miei fratelli e, soprattutto, con la vera Cleo: non potevo tradire la sua storia. Ma è stata la mia testa a guidarmi. E nella mia testa ho vissuto il conflitto tra passato e presente, con quella domanda che non mi mollava mai: come cambia il passato quando lo osservi, a distanza, dal tempo di oggi? Ho rivissuto la strettissima correlazione tra la mia vita di allora e quella di adesso. E il rapporto con il mio Paese. Sono nato e cresciuto in Messico, lo senti il mio accento quando parlo in inglese, non riesco a levarmelo. E penso ancora in chilango, il dialetto di Città del Messico. Ma da più di vent’anni, quasi trenta ormai, non vivo più lì. Ci torno spesso e penso che non è più la mia città, anche se ancora la sento tale. Dopo aver lavorato così a lungo sui miei ricordi, dopo aver pensato a come riportare in vita ogni dettaglio – le atmosfere, i luoghi, tutti gli angoli di quel quartiere –, finalmente ho visto la sua trasformazione. La troupe era composta da messicani che in quelle strade vedevano il presente, io ci vedevo solo il passato: stavo in un posto che conosco da sempre senza sapere più quello che è. Ora finalmente l’ho capito. Quindi sì, con questo film c’entrano i miei capelli bianchi. C’entra il passare del tempo. Mi sono visto dentro il mio passato, e ho scoperto la persona che sono diventato».
Il regista con Cleo, la protagonista principale


Roma è girato in bianco e nero, ed è Cuarón medesimo a firmare la fotografia bellissima, sontuosa, quasi sfacciata. Anche questo c’entra col passato? «Non voglio intellettualizzare troppo la mia scelta, non so se mi spiego. Il bianco e nero era, semplicemente, nel Dna del film. Quando ho deciso che era arrivato il momento di girare Roma, ho messo subito sul tavolo tre punti che sapevo sarebbero rimasti fermi. Il primo: Cleo al centro di tutto. Il secondo: le scene sarebbero state prese direttamente dalla mia memoria, non le avrei romanzate come avevo fatto, per dire, con Y Tu Mamá También (il film del 2001 che l’ha consacrato ad autore su scala internazionale, nda). Il terzo: l’avrei fatto in bianco e nero. Ho messo in discussione molti altri elementi nel corso della lavorazione, ma mai questi tre. Quando mi venivano in mente soluzioni perfette per una sequenza, ma sentivo che queste idee mi avrebbero allontanato dalla realtà dei fatti, le scansavo immediatamente». Quei fotogrammi che sembrano usciti da una mostra di Robert Capa, allora, non sono una concessione arty, sono tutti veri: l’allenamento dei lottatori di arti marziali nel campo di terra battuta, il piano sequenza nel negozio di mobili e, più di tutti, quella corsa e quell’abbraccio in riva all’oceano che sono la chiave intima e visiva del film. «Del confronto continuo tra passato e presente fa parte anche l’uso del bianco e nero. Non volevo che fosse nostalgico, non cercavo un effetto vintage. Avevo in mente un film ambientato negli anni Settanta ma profondamente contemporaneo. Per questo ho scelto il digitale in 65mm, mi avrebbe permesso di trovare un bianco e nero nitido, non granuloso, l’opposto di quello di una volta. Ovvio, quando scegli questa fotografia fai fatica a non farti prendere la mano, a non amplificare i contrasti, hai sempre in mente i grandi noir degli anni Quaranta, il lavoro di maestri come Gregg Toland con Orson Welles… Ma io ho cercato una luce completamente diversa, molto più naturalistica, senza uno stile troppo marcato. Volevo una luce naturale, ecco, come guardare il sole che entra da quella finestra e portarlo sullo schermo, così com’è».


Nel presente c’è ancora Cleo, solo anche lei un poco più vecchia. «È ancora con noi, e dico noi perché è parte della nostra famiglia. Vive nella stessa casa in cui mi ha cresciuto, sua figlia è come se fosse mia nipote, ci ritroviamo tutti insieme per le occasioni importanti. C’era tra noi un rapporto fortissimo allora e c’è adesso, Cleo era la sostituta di mia madre, anzi era proprio la mia mamma india. Roma è un film su di lei ma anche su una donna e basta, con tutta la sua complessità. Cleo è stata accolta nella mia famiglia, ma ha sempre dovuto fare i conti con la sua classe sociale e con il suo background indigeno. Ha vissuto una tripla forma di esclusione in quanto minoranza: per la sua classe, per l’etnia, per il sesso. Era, a suo modo, un’immigrata in una realtà che non le apparteneva, e anche questo è un tema che oggi mi sta a cuore. L’integrazione non riguarda solo il Messico, ma tutto il mondo. E io volevo raccontare non la storia di una serva, ma di una donna coi suoi bisogni. Anche sessuali: quando pensiamo a chi vive ai margini della società, non ci viene mai in mente che anche loro vogliono fare l’amore, proprio come noi. Certe cose sono completamente escluse dalla conversazione, sono un tabù». La lettura femminista del film è una tentazione forte di questi tempi, soprattutto da parte della stampa statunitense. «Ma io non volevo fare un film militante, non m’interessava il messaggio politico. Volevo inserire una donna ben precisa in uno scenario sociopolitico ben preciso, ma soprattutto analizzare le relazioni affettive di un gruppo di personaggi e le conseguenze emotive che questi rapporti comportano. La politica non spetta a me».

Con Roma ero molto più esposto, più nudo di altri film. Era un viaggio nel vuoto, e come ci vai nel vuoto? Io ho improvvisato. Ho scelto soluzioni anche scomode. Guarda quella scena sulla spiaggia, la più dura da girare: volevo che fosse pulita, senza effetti da macchina a mano. Ma trovare quella stabilità, dovendo continuamente spostarmi dalla sabbia alle onde, sembrava impossibile. Lo spettatore doveva entrare, lì come in tutto il film, nel flusso del momento, senza sapere dove quel momento lo avrebbe portato».

Alfonso dai capelli bianchi ha detto di aver compreso, grazie ai ricordi di ieri, quello che è oggi. Ma non ha svelato l’esito della sua riflessione. Ci arriviamo prima di salutarci, col sole che ancora entra dalla finestra. «Ho capito che la mia infanzia è stata molto più simile a quella dei miei nonni, forse persino dei miei bisnonni, che a quella dei miei figli. È indubbio che stiamo sperimentando una nuova generazione di persone ultra-tecnologizzate, dunque con una visione del mondo completamente diversa. Ho fatto un salto all’indietro per guardare anch’io al futuro con occhi nuovi. Qualunque sia la prossima sfida per l’umanità, sono sicuro che porterà qualcosa di buono»

             di Mattia Carzaniga, Rolling Stone

Saturday, December 22, 2018

Leonardo da Vinci visits 2019

The coming year sees the 500th anniversary of the death of Leonardo da Vinci. To mark the occasion, “The World in 2019”, our annual edition of the Economist that looks at the year ahead, publishes a page from a newly discovered volume of Leonardo’s journal, written a few months before his death on May 2nd 1519, that records his visit to the year 2019, as the guest of a mysterious time-traveller.



Nov 22nd 2018 | NEW YORK, PALO ALTO, PARIS AND SHANGHAI
IN RIVERS the water you touch is the last of what has passed, and the first of that which comes: so with time present. But today a strange visitor appeared suddenly in my studio, as from a large bubble in the air. Inhabiting another time, he finds amusement in conveying people to eras distant from their own, but in secret because this is forbidden by his own people. He offered to transport me 500 years into the future, provided I preserve his secret. The natural desire of good men being knowledge, I agreed to his proposal.

At my host’s suggestion I must wear simple clothing. He will give out that I am a philosopher who, living in seclusion for many years, prefers not to speak. He has given me a rectangle of black glass, and a kind of brooch worn on the ear that will render the speech of those around me into my own tongue. If I clutch this glass rectangle closely at all times, I am told, my appearance will not seem unusual.

By strange means that carry men instantaneously to various parts of the world, without motion, my host has taken me to Shanghai, a city far to the east, in Cathay, and to New York, a city far to the west, in the lands named after Amerigo Vespucci. There are buildings of enormous height, made of glass seemingly unsupported by stone or brick. Some are adorned with moving coloured lights that create the illusion of a window to another place.

Far above these buildings soar many flying machines, conveying people and goods. Unlike the ones I have seen in my dreams, their wings do not move like those of a bird or a butterfly, but are fixed. The motive power is derived from a kind of fluid, similar to naphtha. The machines must be fed with this fluid, as a lamp is fed with oil, when they return to the ground.


In the roads between the buildings of these great cities are armoured carriages in countless numbers that propel themselves without the use of horses. These carriages too must be fed with the naphtha fluid. The parts that are not armoured in metal plate are made of a strange material that is light and flexible, yet strong, and may be formed in any desired shape or colour, and is also used to make many other objects.

The lights adorning the buildings, and many other things besides, are fed not by the naphtha fluid, but by a second fluid, invisible to the eye, that can be conducted along metal wires, coated in the strange material. By means of this fluid ovens can be heated without the need for wood or other fuel, and stairways and metal boxes can be made to move, to convey people within buildings. This fluid can also cause the sound of a lute, or another instrument, to be greatly increased, so that its music can be heard even by a great multitude gathered together.

But most mysterious to me is a third fluid that flows invisibly through the air and conveys writing and sounds and pictures between the glass rectangles, allowing them to act as windows to other places, and to capture the sight of things more faithfully than any painting. So wondrous is this power that people gaze constantly at their glass rectangles, and at the images therein. Painting is no longer the sole imitator of all the visible works of nature, and just as the mirror is the master of painting, so too is this kind of mirror, which fixes images in place.

We visit the land of California, to observe the flight of a machine that lifts objects into the sky on a pillar of fire, and then returns to the ground; and those objects it carries are thrown around the Earth so that they stay aloft and circle its globe, as the Moon does. The inventor of these machines has also created self-propelling carriages capable of moving without human supervision. I wish to meet this man but my host fears he would recognise me. For it seems my name and appearance are known, even in this time, and my works are preserved.

It pleases me that many of my ideas have been brought to completion using materials and methods unknown in my time, including a flying machine held aloft by rotating wings, and an apparatus by which a man can breathe underwater. It pleases me also that my paintings afford much satisfaction to mankind. Before returning me to my own time, my host takes me to Paris, to see my portrait of La Gioconda hanging in a place of honour. That reminds me: I really must finish it.

As transcribed and translated by The Economist 

Wednesday, November 28, 2018

Show permanente di Michelangelo in 8 lingue


Il “Giudizio Universale” di Michelangelo da pittura a spettacolo permanente

Lo show, usa arti e codici diversi, è in mostra all'Auditorium della Conciliazione di Roma dal 14 novembre in 8 lingue

"Giudizio Universale", in scena all'Auditorium della Conciliazione di Roma, è un nuovo modo italiano di proporre al grande pubblico una modalità innovativa di divulgazione del nostro immenso patrimonio artistico, ma non solo per i grandi: diverse Regioni italiane hanno infatti aderito all'offerta per il nuovo anno scolastico, che prevede di coinvolgere circa 50.000 studenti.



Con “Giudizio Universale – Michelangelo and the secrets of the Sistine Chapel” l’arte incontra lo spettacolo, e i linguaggi visivi contemporanei, e anche Roma, come altre metropoli mondiali, ha finalmente il suo spettacolo permanente.  NOTA che questo link ti porterà ad una serie di video interessanti tra cui un “volo su Roma nel 1508”.

Realizzato con la consulenza scientifica dei Musei Vaticani e prodotto da Artainment Worldwide Shows, è stato ideato dal creativo veneziano Marco Balich (direttore artistico delle cerimonie olimpiche di Torino 2006, Sochi 2014 e Rio 2016, nonché del Padiglione Italia a Expo Milano 2015 e ideatore dell’immaginativo Albero della Vita a Milano).

Lo spettacolo, fruibile dal prossimo 14 novembre grazie ad un sistema audio multilingue anche in 8 lingue straniere (inglese, cinese, francese, giapponese, portoghese, russo, spagnolo e tedesco), nasce dalla contaminazione di tante e diverse forme artistiche: coniuga insieme la bellezza, la potenza e la commozione della Cappella Sistina con i codici emozionali e coinvolgenti dello spettacolo teatrale, grazie a performance dal vivo, a proiezioni immersivi a 270° che portano lo spettatore al centro stesso dell’evento, a musiche di grande impatto ed effetti scenici mozzafiato.

Accompagnati dalla voce di Pierfrancesco Favino (Michelangelo), da una colonna sonora d’eccezione, nella quale al tema originale – composto da Sting – si sommano le musiche di John Metcalfe (figura di riferimento della scena pop-rock contemporanea e arrangiatore e produttore di artisti quali U2, Morrissey e Coldplay) e i costumi di Giovanna Buzzi (Oscar mondiale della Moda 2017), gli spettatori vengono accompagnati passo dopo passo nella genesi e realizzazione della Cappella Sistina, a partire  dalla commissione al trentenne Michelangelo, da parte di Papa Giulio II, degli affreschi della volta (sulle pareti laterali già c’erano quelli, commissionati da Papa Sisto IV, di Botticelli, Ghirlandaio, Perugino e Pinturicchio) fino alla realizzazione del Giudizio Universale, dietro l’altare, ad opera dell’ormai sessantenne Michelangelo su volere di Papa Clemente VII.

Si è giunti alla decisione di creare questo spettacolo permanente, della durata di 60 minuti, dopo un’attenta analisi delle indagini sul gradimento degli spettatori che avevano assistito allo spettacolo dal 15 marzo scorso, giorno del debutto, a fine ottobre: per l’81% lo show ha superato le loro aspettative; il 71% ha detto che vorrebbe rivedere lo show; il 90% non aveva mai visto prima uno show simile; il 73% ha imparato qualcosa di nuovo. Particolarmente apprezzata dal pubblico anche la possibilità di abbinare il biglietto per lo show alla visita notturna della Cappella Sistina e ai Musei Vaticani con la proposta “Un venerdì in bellezza”.

E che “Giudizio Universale – Michelangelo and the secrets of the Sistine Chapel” rappresenti un nuovo capitolo dell’offerta culturale italiana e sia destinato a permettere una migliore fruizione mondiale del capolavoro michelangiolesco (e di riflesso delle tante bellezze artistiche – spesso non valorizzate a sufficienza – del nostro Paese), lo testimonia la richiesta  dello spettacolo fatta da diversi Paesi esteri: pur rimanendo stabile a Roma, lo spettacolo avrà così l’opportunità di diventare anche “primo permanent show Made in Italy”.

Monday, October 15, 2018


Perché Venezia è chiamata la Serenissima?

Vi siete mai chiesti perché Venezia, la città galleggiante per eccellenza, è da sempre soprannominata la “Serenissima”?

Molto spesso siamo soliti utilizzare parole o modi di dire senza chiederci come siano entrati nei nostri usi e costumi quotidiani. In questo articolo vi sveleremo il motivo per cui il capoluogo veneto era ed è tuttora definito in questo modo.

Un tempo quella di Venezia era una delle quattro Repubbliche marinare: le istituzioni del suo governo erano suddivise su più livelli, il più alto rappresentato dal Doge.

Egli era il massimo ordinamento politico e incarnava la gloria e l’autorevolezza della Repubblica. I suoi poteri erano però limitati al guidare in guerra l’esercito e la flotta; la piena sovranità infatti risiedeva nel Maggior Consiglio, organo fondamentale dello stato.

Anche se il Doge giocava un ruolo minore rispetto alle altre organizzazioni della Repubblica, gli era stato attribuito l’appellativo di “serenissimo”. È infatti questa una delle possibili ipotesi che rispondono all’enigma che abbiamo cercato di risolvere in quest’articolo. Pare che dal titolo dato al doge prendesse poi spunto quello della città stessa!

Vi è però una seconda scuola di pensiero secondo cui la Repubblica marinara sarebbe diventata la “Serenissima”. Quella veneziana era infatti una solida istituzione che regnava incontrastata sui mari grazie alle abilità nautiche e all’avanguardia politica che possedeva.

Oltre ad essere florida per la ricchezza che deteneva, si narra che Venezia fosse particolarmente tollerante verso gli stranieri che si recavano in città per motivi commerciali. Grazie all’ incorruttibile sistema di giustizia in vigore all’epoca, si era quindi instaurato in città un vero clima di pace e serenità, per il quale la laguna avrebbe continuato a vantare anche nei secoli successivi tale appellativo.

Non vi è quindi una certezza sul reale motivo per cui Venezia vanti l’appellativo di “Serenissima”, anche se il più quotato è quello che la vede connessa all’idea del doge soprannominato allo stesso modo.

Una cosa però è certa: adesso che l’arcano è stato semi-svelato, non vi sentite un po’ più “sereni”?

Dal sito “Venice Box”

Monday, September 10, 2018


La moda diventa sostenibile

Un evento al Palazzo di Vetro dell'ONU ha presentato nuove forme di tessuti ecosostenibili con una bassa impronta al carbonio

In una industria che fattura 1500 miliardi di dollari l’anno, il trend delle case di moda è di diventare sempre più “green” senza essere meno “fashion”, riducendo le emissioni di carbonio e gas serra e diminuendo lo spreco di acqua.

Grazie all’attenzione dedicata agli SDGs, (Sustainable Development Goals), ovvero il percorso internazionale composto da 17 obiettivi di sviluppo sostenibile da raggiungere auspicabilmente entro il 2030, si sono moltiplicati gli eventi che hanno posto al loro centro le cosiddette “fibre green”.

La mostra “Forests for Fashion” 
Ne è un esempio la mostra “Forests for Fashion” all’ONU, dedicata all’utilizzo di fibre derivate dalla lavorazione del legno, a loro volta diretta conseguenza di attività di riforestazione.

L’iniziativa parte da alcuni semplici assunti: se vogliamo salvare le foreste dobbiamo dare loro un valore effettivo, che possa essere quantificato economicamente. Dare uno scopo, una funzione al rimboschimento, potrebbe di fatto interrompere il circolo vizioso della distruzione di milioni di ettari di foreste nel mondo, supportando al contempo le comunità rurali.

“Le foreste possono creare ecosistemi produttivi, favorendo le comunità agricole locali” afferma l’attrice Michelle Yeoh, UN Development Programme Goodwill Ambassador “L’industria dell’abbigliamento potrebbe essere l’elemento essenziale di transizione verso società più sostenibili”.

Alcune creazioni di stilisti italiani 
L’industria della moda è responsabile di circa il 20% dello spreco totale di acqua sulla terra e del 10% delle emissioni globali di carbonio, senza contare i polimeri e gli scarti chimici derivanti dalle produzioni negli stabilimenti, immessi direttamente nella acque di fiumi e mari, che alterano pericolosamente gli equilibri di flora e fauna di questi ecosistemi. A questo, dobbiamo aggiungere le disastrose condizioni di lavoro di molte delle realtà legate al business del fashion, che non si preoccupano di utilizzare manodopera sottopagata o addirittura minorile.

Già nel 2015, l’attenzione verso fibre e tessuti ecosostenibili diventava il fulcro delle passerelle di moda durante le fashion week mondiali. Ma cosa significa per un’azienda essere ‘’ecosostenibile’’? Nel pratico, consiste nell’utilizzare metodi di produzione sostenibili, spaziando dall’utilizzo di materiali organici fino allo smaltimento consapevole e responsabile degli eventuali prodotti di scarto della produzione. Non solo, ma l’utilizzo di fibre organiche o biodegradabili porterebbe allo sviluppo di nuove tecnologie e infrastrutture legate alla loro produzione.

Un esempio famoso è la collezione di Salvatore Ferragamo, che ha creato una capsule collection basandosi sull’ORANGE FIBER, un tessuto sviluppato da due ragazze siciliane. Altre aziende come North face, Mizuno, Puma utilizzano la tecnologia assorbi-odori brevettata a partire dalla fibra del caffè. 

Ma sono molti altri i prodotti animali o vegetali utilizzati dal fashion business: birra, soia, canna da zucchero, carapace dei crostacei, ananas cocco, eucalipto e bambù.
Tutto considerato, fare la spesa in futuro sarà molto più una questione da “fashion addicted”.

Da un articolo di Chiara Nobis in Voce di New York, luglio 2018

Sunday, September 2, 2018


Cornamuse e Polenta

Desidera un Chianti o un Irn-Bru?

Il 3 settembre comincia la settimana scozzese a Barga tra cornamuse e polenta.
Barga è conosciuta come la città più scozzese d’Italia perché molti abitanti nel XX secolo emigrarono in Scozia e dopo aver fatto fortuna tornarono nella loro terra natia, portando usanze e tradizioni d’oltremanica.

Il fascino della Toscana è nei paesaggi incantati, nei piaceri della tavola e nella scoperta delle belle città d’arte e dei piccoli borghi, dove sembra ancora di sentir fluire la storia di questa terra.

Barga è uno dei centri più noti della Garfagnana e se state progettando una vacanza nella regione vi raccomandiamo di non tralasciare di visitare questo vivace borgo di origine medievale: con le abitazioni costruite con una pietra dal colore grigio scuro, le mura medievali ancora in piedi, pregiati e decorati palazzi nobiliari (come Palazzo Balduini, Palazzo Angeli, Palazzo Podestà…) e una delle più belle chiese romaniche dell’intera Toscana, il Duomo o Collegiata di San Cristoforo, edificato in posizione dominante, da cui si gode anche di un ottimo panorama.

Un articolo dell’Economist riprende il soggetto di Barga nell’occasione del festival scozzese:

With an “Evening of Bagpipes and Polenta” (boiled cornmeal, popular in north and central Italy), the mountain town of Barga will on September 3rd launch one of Italy’s more unusual cultural festivals: its annual Scottish Week. This year it features the presentation of a book in Italian on Scottish football and another in English on Barga cathedral (though it has a population of barely 10,000, Barga is officially a city).
The weeklong festival celebrates an unlikely two-way traffic in people, tastes and ideas between this walled, medieval Tuscan town and faraway Scotland. Particularly in summer, when emigrant families come to renew their links, you are as likely to hear Glaswegian-accented English in Barga as Tuscan-inflected Italian. Blue-and-white Scottish flags abound. And to meet the needs of those who return to Barga to retire, there is a bakery offering porridge oats, shortbread from Aberdeenshire and Irn-Bru, a uniquely Scottish beverage. Earlier this month Barga held a sagra: an event at which local people cook local delicacies for visitors. Barga’s was devoted to pesce e patate, or fish and chips.

The origins of the relationship go back to the unification of Italy. For more than five centuries, Barga had been an exclave of, first, the Republic of Florence and later the Grand Duchy of Tuscany, encircled by a hostile Duchy of Lucca. To enable it to survive, the authorities in Florence granted it generous tax exemptions. When Italy was united in 1861, they were abolished, the economy collapsed and large-scale emigration ensued. Luca Galeotti, editor of the Giornale di Barga, says that by the 1960s, more than half his newspaper’s subscribers were living abroad. Most were in Scotland and many were making their living frying fish.

Saturday, August 11, 2018

Le cose vanno meglio di come pensi 


Incominciamo con un quiz. Oggi, nel mondo, in percentuale, quanti bambini di meno di un anno sono stati vaccinati: 80%, 50% o 20%? La risposta esatta è la prima. E ancora: il numero di morti per calamità naturali negli ultimi cent’anni è raddoppiato, rimasto invariato o diminuito di oltre la metà?
La risposta, che ancora una volta capovolge le convinzioni diffuse, la trovate leggendo Factfulness, sottotitolo: Dieci ragioni per cui non capiamo il mondo e perché le cose vanno meglio, il libro postumo dello statistico svedese Hans Rosling.  Egli offre una “visione del mondo fondata sui fatti”, un’interpretazione che smonta gli assunti ideologici, le opinioni distorte, i pregiudizi più callosi.

“Il problema non è l’ignoranza”, sosteneva il ricercatore che ha reso le statistiche comprensibili e sexy la loro la rappresentazione, ma i preconcetti. Ecco quindi Factfulness, un libricino agile che ribalta l’assunto del mondo che va sempre peggio, definito da Bill Gates uno dei libri più educativi mai letti.

Scritto assieme al figlio Ola Rosling e alla nuora Anna Ronnlund, che hanno completato l’opera quando l’anno scorso il professore è morto stroncato da un tumore al pancreas, Factfulness affronta sul piano planetario molti argomenti, dalla povertà alle pandemie ai cambiamenti climatici. Il libro ha anche il pregio di stigmatizzare 10 automatismi cognitivi, da contrastare perché ci inducono a un’esagerata drammatizzazione della visione del mondo, che appiattisce qualsiasi, anche significativo, progresso compiuto nelle sfide epocali dell’umanità.



           Dieci automatismi cognitivi.

    L’istinto gap tra noi e loro
    L’istinto negativo
    L’istinto lineare
    L’istinto della paura
    L’istinto di sbagliare le proporzioni
    L’istinto della generalizzazione
    L’istinto del destino
    L’istinto della prospettiva singola
    L’istinto della colpevolezza
    L’istinto dell’urgenza


A generare questi bias interpretativi c’è, per esempio, quell’impulso ad abbracciare un ragionamento binario: noi/loro, dividendo grossolanamente la realtà in due grandi blocchi e cancellando ogni sfumatura. Per rappresentare il trend di crescita della popolazione mondiale, invece di suddividere la popolazione in base al paese dove vive, secondo la consuetudine dei demografi, Rosling ripartisce gli abitanti in base a 4 fasce di reddito per ciascuna delle quali individua delle categorie di valori comuni: supponiamo, i comportamenti di acquisto.

Per esempio, quando il potere d’acquisto passa da 2 dollari a 4 dollari al giorno le persone hanno tendenza a comperare un paio di scarpe e una bicicletta. E il fenomeno si ripete sia che vivano in un slum di Kinshasa che in uno sperduto villaggio del Bangladesh. Rispetto a una tabella o un grafico, quelle proposte da Rosling sono rappresentazione che danno un senso più profondo su come stia evolvendo l’umanità.

Hans, ricordano gli amici, amava definirsi un “possibilista”, che è anche un ottimo modo per descrivere il suo sguardo sul mondo. Si concentrava sui progressi compiuti: dalle campagne di vaccinazione al controllo delle nascite, all’alfabetizzazione, al reddito pro capite, e dove riscontrava un segnale di progresso, cercava i modi per replicarlo altrove.

La cosa che sorprende maggiormente di questo fuoriclasse della statistica, è che la maggior parte della sua conoscenza del mondo non deriva dallo studio dei dati, ma dal tempo trascorso con le altre persone, come lui stesso amava ripetere. Factfulness è l’ulteriore dimostrazione della sua profonda conoscenza dell’umanità e della sua abilità narrativa, doti che impreziosiscono il valore delle informazioni tratte dai numeri.

Adattato dal sito di FOR - fondazione ottimisti & razionali

Questo è il quiz che ha usato Rosling.

1. In all low-income countries across the world today, how many girls finish primary school?
A: 20 per cent
B: 40 per cent
C: 60 per cent

2. Where does the majority of the world population live?
A: low-income countries
B: middle-income countries
C: high-income countries

3. In the last 20 years, the proportion of the world population living in extreme poverty has:
A: almost doubled
B: remained more or less the same
C: almost halved

4. What is the life expectancy in the world today?
A: 50 years
B: 60 years
C: 70 years

5. There are 2 billion children in the world today, aged 0 to 15 years old. How many children will there be in the year 2100 according to the United Nations?
A: 4 billion
B: 3 billion
C: 2 billion

6. The UN predicts that by 2100 the world population will have increased by another 4 billion people. What is the main reason?
A: there will be more children (aged below 15)
B: there will be more adults (aged 15 to 74)
C: there will be more very old people (aged 75 and older)

7. How did the number of deaths per year from natural disasters change over the last 100 years?
A: more than doubled
B: remained about the same
C: decreased to less than half

8. There are roughly 7 billion people in the world today. Which map shows best where they live? (Each figure represents 1 billion people.)


Where do you think most people live?

9. How many of the world’s one-year-old children today have been vaccinated against some disease?
A. 20 per cent
B: 50 per cent
C: 80 per cent

10. Worldwide, 30-year-old men have spent 10 years in school, on average. How many years have women of the same age spent in school?
A: 9 years
B: 6 years
C: 3 years

11. In 1996, tigers, giant pandas and black rhinos were all listed as endangered. How many of these three species are more critically endangered today?
A: all three
B: one of them
C: none of them

12. How many people in the world have some access to electricity?
A: 20 per cent
B: 50 per cent
C: 80 per cent


13. Global climate experts believe that, over the next 100 years, the average temperature will:
A: get warmer
B: remain the same
C: get colder


Here are the correct answers:
1: C, 2: B, 3: C, 4: C, 5: C, 6: B, 7: C, 8: A, 9: B, 10: A, 11: C, 12: C, 13: A