Sunday, June 18, 2023

Palmanova, la città perfetta

 Palmanova, città dalla pianta geometricamente perfetta

Patrimonio mondiale dell'UNESCO dal 2017, Palmanova è da sempre uno dei luoghi che maggiormente incuriosisce gli amanti del mistero e della numerologia. Costruita dalla Repubblica di Venezia nel 1593 come baluardo fortificato, per via della sua pianta a forma di stella a nove punte Palmanova viene chiamata ancora oggi la città stellata.


Palmanova, vista dall'alto

Palmanova è una città unica, un borgo costruito inizialmente per soli fini militari. Circondata da circa sette chilometri di mura e fossati, la città si caratterizza per una forma a stella che si estende attorno alla perfetta piazza esagonale posta giusto al centro della pianta e da una serie di strade corrispondenti ai raggi dell’esagono stesso.


Le mura

La nascita della città sarebbe legata alla necessità di difendere i cittadini dalle incursioni dei turchi, che entrati già sette volte in Friuli avevano messo in ginocchio la regione. Per tutelare il popolo, si pensò allora di creare una grande fortezza in grado di dare protezione alle persone in difficoltà in caso di un nuovo attacco: fu così che la Serenissima Repubblica di Venezia decise di affidare ad alcuni architetti l’ambizioso progetto, la cui costruzione iniziò ufficialmente il 7 ottobre 1593.

Palmanova è la città della numerologia per eccellenza, costruita interamente sul numero 3 e sui suoi multipli: 3 cerchia di mura, 3 porte di ingresso, 9 bastioni e 18 strade, di cui 6 convergenti verso la piazza centrale, sono solo alcuni degli aspetti che caratterizzano questo borgo “misterioso”. La simbologia dei numeri assume dunque grande importanza nell’edificazione della città: come d’altronde spesso è accaduto anche per altre costruzioni nel nostro Paese, soprattutto di carattere religioso, il numero 3 rappresenta infatti la perfezione, associata alla divina Trinità. In realtà, non è questo l’unico caso in cui a un numero vengono attribuiti particolari “poteri”: a seconda dell’area geografica in cui ci si trova, infatti, non è raro trovare associazioni considerate fortunate o sfortunate con i numeri, dalla perfezione del citato 3 – visto però in maniera negativa nei Paesi orientali – a quella del 7 in numerose culture in giro per il mondo.

 

Un'entrata nelle mura

Questa teoria verrebbe in parte confermata anche dalla presenza di un canale d’acqua che scorre lungo il perimetro della piazza Grande e che, in via simbolica, starebbe a significare la purezza del luogo e il suo carattere di difesa dal fuoco e dal maligno.

Oltre alla sua caratteristica forma, Palmanova presenta anche altre particolarità. La città è infatti stata costruita più in basso della linea dell’orizzonte, una scelta che la rende invisibile agli eventuali nemici che avrebbero invaso l’area e che è valsa al borgo il riconoscimento di città più inespugnabile d’Europa.


Fossato e fortificazioni

Inoltre, nel suo sottosuolo scorre una rete di gallerie lunga circa 4 km, la cui costruzione risale in parte all’epoca veneziana e in parte a quella napoleonica, il cui scopo era quello di favorire il passaggio dell’esercito da una fortificazione all’altra.

Proclamata nel 1960 “Monumento Nazionale“, Palmanova è oggi un vero e proprio museo a cielo aperto, un luogo ricco di fascino e di misteri tuttora irrisolti che ne fanno lo scenario ideale per una passeggiata tra storia e architettura. Percorrere le strade di Palmanova è infatti un’esperienza indimenticabile, un emozionante salto nel passato tutto da vivere con occhi curiosi e desiderio di scoprire.

 

Friday, June 9, 2023

Eccellenze italiane

I trent'anni del Comitato Leonardo 

Per un cittadino straniero, acquistare un prodotto o un quadro italiano, così come bere un vino italiano, non significa soltanto detenere un oggetto di qualità, ma vivere un pezzo della nostra storia, della nostra cultura e mettere un piede nel nostro territorio. Italy on Madison, è l’iniziativa promossa dal Comitato Leonardo che per una settimana ha celebrato le eccellenze italiane tra food, moda e design nel cuore di Manhattan.
esempi di eccellenze italiane

I marchi che prendono parte a Italy on Madison rappresentano le eccellenze dei tre settori grazie ai quali siamo diventati famosi nel mondo (basti pensare a simboli come Barilla, Armani o Bialetti) e che fanno da risonanza anche ad attività che di solito non vengono immediatamente associate all’Italia”.

L’economia green, ad esempio, con la compagnia italiana di energia Enel recentemente ha annunciato la costruzione in Oklahoma di una fabbrica per pannelli fotovoltaici che porterà 1.000 nuovi posti di lavoro entro il 2025. “Ma anche l’attrezzatura sportiva come Technogym o l’industria farmaceutica”, ricorda Luisa Todini, presidente del comitato Leonardo.

pannelli fotovoltaici

Una serie di settori che, se messi insieme, conducono a numeri impressionanti. Nel 2022, le esportazioni italiane verso gli Stati Uniti si sono attestate su circa 65 miliardi di euro. A guidare il gruppo i prodotti chimici e farmaceutici con 17 miliardi di euro, seguiti dai macchinari con 15,2 miliardi, gli autoveicoli con 14,6 miliardi, il Food&Beverage con 6,7 miliardi e infine il tessile e i mobili con 6 miliardi a testa.

Il Comitato Leonardo, nato su iniziativa comune dei senatori Sergio Pininfarina e Gianni Agnelli, di Confindustria e dell’Istituto nazionale per il Commercio Estero, da ormai 30 anni ha infatti proprio come obiettivo principale la promozione della “Qualità Italia” nel mondo. 

La cerimonia del Premio Leonardo al Quirinale

Un’espansione che però deve tenere conto dei rischi derivati dall’Italian sounding, la pratica molto diffusa della promozione di prodotti Made in Italy che in realtà italiani non sono. “È un problema che affrontiamo da anni – racconta Todini – e che è davvero difficile da arginare. Bisogna distinguere, però, ciò che è imitazione e che provoca danni da ciò che è ispirato al Made in Italy e che quindi, in un certo senso, aiuta il nostro mercato”.

Il Comitato Leonardo, da parte sua, si impegna a continuare l’attività di certificazione dei prodotti italiani. “Ogni anno diamo premi, riconoscimenti e borse di studio che spesso si trasformano in opportunità lavorative. Dal 1993 rappresentiamo un ‘bollino di garanzia’ per aziende che rappresentano le eccellenze del nostro paese. Il futuro del Comitato Leonardo è continuare su questa strada: promuovere l’Italia e attrarre nel nostro mercato sempre più investitori”.

Adattato da un articolo di La Voce di New York di maggio 2023


Monday, February 6, 2023

Il Quartiere Coppedè

 Il Quartiere Coppedè. Uno degli angoli più sorprendente di Roma

Il quartiere Coppedè è uno dei luoghi più sorprendenti e cinematografici di Roma. Prende il nome da Gino Coppedè, l’architetto fiorentino che l’ho ha progettato nei primi decenni del secolo scorso, famoso per il suo visionario ed esuberante eclettismo. Una fusione di stili, forme, riferimenti culturali appartenenti alle epoche storiche più disparate.

Il centro del quartiere: Piazza Mincio con la Fontana delle Rane

Più che un vero quartiere, è un’area composta da 17 villini e 26 palazzine, che si trova all’interno del quartiere Trieste. Si snodano lungo vie a raggiera intorno a piazza Mincio: via Doria, via Brenta, via Aterno e via Tanaro. Altre strade sono via Olona e via Ombrone.

Il Liberty e l’Art Decò, arte antica e il Medioevo, il Manierismo e il Barocco. Dante, Firenze, Roma e Venezia. Animali, fate e cavalieri, putti e mascheroni, simboli esoterici: c’è tutto questo nel quartiere Coppedè, fantastica fusione di stili, forme, elementi decorativi e riferimenti culturali appartenenti alle più disparate epoche storiche.

L'arco per entrare nel quartiere

Quartiere Coppedè: la storia e lo stile

È il 1915 quando la Società Anonima Edilizia Moderna chiama a lavorare a Roma Gino Coppedè per progettare una nuova zona abitativa signorile.

Lui è già un architetto di successo e ha già alle spalle il Castello MacKenzie a Genova, il primo sorprendente esempio del suo stile architettonico che integra diversi stili ed epoche, dal Medioevo al Rinascimento, al Liberty.

Lo aveva realizzato tra 1893 e il 1905 per l’assicuratore d’origine scozzese, innamorato della Toscana, Evan Mackenzie: questo singolare maniero che ricorda Palazzo Vecchio di Firenze era dotato di 85 stanze e tutte le modernità dell’epoca.

La fortuna di questa dimora segna una svolta nella carriera di Coppedè che inizia a lavorare a pieno ritmo in tutta Italia. Lascerà la sua impronta soprattutto a Genova, Messina e a Roma, proprio nel quartiere che porta il suo nome, considerato la più esuberante e fantasiosa espressione dello stile Coppedè.

Pensato e realizzato negli anni del fascismo, il quartiere Coppedè si pone stilisticamente completamente all’antitesi dell’architettura razionalista dell’epoca (di cui l’EUR è un esempio). È anche diverso dallo stile Liberty allora prevalente nelle città europee.

Chi abitava al quartiere Coppedè

Il complesso abitativo era destinato all’alta borghesia romana. Per la committenza doveva rispecchiare il suo gusto, avere un’impronta signorile, esclusiva, rappresentativa e "romana".

Fu per rispondere a questa richiesta che Coppedè utilizzò il travertino, cornici stile Roma imperiale e, soprattutto, ideò il grande arco d’ingresso tra due torri, sovrastato da un piano con fregi, stucchi, cornicioni, mascheroni, balaustre, statue e logge disposte in modo asimmetrico.

Non è meno varia la quantità di materiali utilizzati per queste costruzioni: marmo, travertino, laterizio, terracotta smaltata, vetro, ferro battuto e legno per le belle cancellate.

I Palazzi degli Ambasciatori sono gli edifici più famosi del complesso insieme ai Villini delle Fate. Sulla torre di destra all’arco c’è anche un’edicola con la Madonna che regge il Bambino ad accogliere i visitatori che, oggi come un tempo, varcando l’arco d’ingresso, hanno l’impressione di entrare in un’altra dimensione. Misteriosa e fantastica.


Altro elemento simbolo della zona, il grande e inconfondibile arco in via Dora dal quale pende un enorme lampadario in ferro battuto: segna l’ingresso al quartiere e rimanda alla Roma antica e agli archi trionfali. Ma prima di addentrarci nel quartiere Coppedè, scopriamo la sua storia.


Il cuore è piazza Mincio con al centro la famosa Fontana delle Rane. Realizzata nel 1924, ricorda la famosa Fontana delle Tartarughe in Piazza Mattei. Anche le conchiglie e la presenza di una grossa ape sul bordo della vasca quadrilobata sono riconosciute come un omaggio alle fontane del Bernini.

La Fontana delle Rane
A destra della fontana delle rane, in Piazza Mincio 4, c’è il Palazzo detto “del Ragno” che deve il nome alla decorazione sul portone d’ingresso, un grosso ragno appunto a simboleggiare l’operosità.
Il Palazzo "del Ragno"

La figura del ragno all'ingresso

Costruito da Coppedè nel 1920, il palazzo è suddiviso in quattro piani e una torretta. Al terzo livello, sopra un balconcino con loggia, c’è un dipinto color ocra e nero raffigurante un cavallo sormontato da una incudine tra due grifoni e una grande scritta in latino LABOR. (si vede poco) (laborosità)

Ma è da notare soprattutto la scritta che compare sulla facciata: Artis praecepta recentis / Maiorum exempla extendo (rappresento i precetti dell’arte moderna attraverso gli esempi degli antichi), una dichiarazione d’intenti dell’architetto Coppedè.

Quartiere Coppedè a Roma il preferito da Dario Argento

Al civico 2, nell'arco che sormonta l'ingresso del palazzo c'è un tributo alla scenografia del film Cabiria del 1914, il più famoso film muto italiano.

L'ingresso in omaggio del film Cabiria

Con questo elemento Coppedè in qualche modo riuscì ad anticipare lo stretto rapporto che poi si è instaurato tra il suo quartiere e il cinema.

Per la sua particolarissima architettura e l’aurea di mistero dovuta alla quantità di simboli, storie e riferimenti da decifrare, questa zona di Roma è stata infatti utilizzata come set per decine di film italiani e stranieri.

Per lo più film “di paura", come Inferno e L'uccello dalle piume di cristallo di Dario Argento che ha un debole per il quartiere Coppedè e il suo fascino esoterico, o come Il Presagio (1976) del regista Richard Donner.

Il Villino delle Fate

Davanti a voi ora c’è il “pezzo forte” del quartiere, ovvero il “Villino delle Fate”, composto da tre villini che hanno muri in comune, e che hanno i loro ingressi su Via Aterno, Via Brenta e Piazza Mincio.

Il villino delle fate
Questi tre edifici con le loro pregevoli decorazioni, torrette e piccole logge omaggiano Firenze, Roma e Venezia attraverso simboli e personaggi che ricordano le tre città.

I materiali usati per la costruzione dei villini sono terracotta, travertino, marmo, ferro battuto e legno.

Su via Brenta la città di riferimento è Venezia con il leone di S. Marco che affronta un veliero e il disegno di una meridiana su una facciata laterale.

La facciata del villino che omaggia Venezia


Riferimenti di Venezia con il veliero e leone

Dall’altro lato del villino per rendere omaggio alla città di Roma sono raffigurati la lupa con Romolo e Remo sopra il parapetto di un balconcino.

La lupa con Romolo e
Remo sul balcone 
Tutto il resto è decorato con scene di processioni, graffiti rappresentanti angioletti, motivi floreali, putti e frati.

Proseguendo verso via Aterno 4 il villino si ispira a Firenze, si intravvedono intorno alla quadrifora le figure di Dante e Petrarca, la curia di S. Maria del Fiore, ma anche divinità romane e animali come api e leoni alati.

A destra un dipinto raffigura Firenze con la cupola della Chiesa di S.Maria del Fiore e il Palazzo della Signoria, con sotto la scritta “Fiorenza bella”.


Il villino che omaggia Firenze

Quartiere Coppedè: gli interni e quanto costano le case

Il quartiere Coppedè è da scoprire a piedi senza fretta soffermandosi ad ammirare i dettagli architettonici e la ricchezza decorativa di villini e palazzine dall'esterno. Essendo ancora oggi abitazioni private, gli edifici infatti non sono visitabili all'interno.

Su Wikipedia si legge che per gli interni del complesso abitativo furono utilizzati materiali di pregio come "maiolica smaltata, parquet in legno, mosaici in stile pompeiano per i bagni".

Di certo, il quartiere non ha perso la sua impronta signorile ed è tra le zone più ricercate della capitale, con quotazioni immobiliari che arrivano a cifre vertiginose.

È ancora viva anche la tradizione del quartiere di ospitare ambasciate straniere: ad esempio, c'è quella della Nuova Zelanda in via Clitunno.

Il quartiere Coppedè e l’esoterismo

Ma le sorprese che questa piccola parte di Roma riserva non finiscono qui, la passeggiata che vi ho appena descritto può essere letta anche in chiave esoterica…proprio così. Si dice che l’architetto Coppedè fosse un massone e che, quindi, avrebbe disseminato il quartiere di simboli esoterici.

Il lampadario che si trova sotto l’arco dell’entrata non è solo un ornamento, ma anche l’inizio di un viaggio iniziatico. I massoni sono detti anche “figli della luce” intesa come “luce della conoscenza”, chiave per accedere alle verità nascoste. “Massoneria è ricerca della luce” scrisse nel XIX sec. Albert Pike, considerato papa della massoneria.

“Entra in questa casa chiunque tu sia; Sarai un amico. Io proteggo l’ospite”, questa la traduzione dell’epigrafe latina fatta incidere sul Palazzo Hospes Salve.

Se si è particolarmente amanti delle discoteche non si può non andare al Piper!! Una delle storiche discoteche di Roma. Sta a due passi dall’arco di entrata, sulla sinistra, su via Tagliamento, fuori dal quartiere chiaramente. Il Piper è lì dal 1965 e vi si è esibita le prime volte Patty Pravo, la ragazza del Piper appunto. Oppure potete fare una passeggiata su viale Regina Margherita affollata da numerosi bar e buone gelaterie.

Thursday, December 1, 2022

La storia dell'evoluzione della ruota

L’invenzione della ruota e la storia della sua evoluzione

La ruota è una delle scoperte tecnologiche fondamentali nella storia dell'umanità. Essa, infatti, è una componente essenziale dei principali mezzi di trasporto terrestri e, inoltre, è alla base di altre invenzioni: dai torni per costruire vasi, agli ingranaggi che funzionano con ruote dentate, solo per citarne un paio. Insomma, la civiltà contemporanea non avrebbe potuto svilupparsi se non avesse scoperto il principio della ruota.

Secondo la maggior parte degli studiosi la ruota è da datarsi intorno a 6.000-5.500 anni fa (cioè 4.000 – 3.500 anni prima di Cristo) e in origine fu applicata in due ambiti diversi: per costruire i torni dei vasai e per i trasporti. In particolare, nel settore dei trasporti le innovazioni fondamentali introdotte nel corso dei secoli sono state due: l’introduzione dei raggi, avvenuta già in epoca preistorica, e l’uso dei pneumatici, molto più recente.

Vasai al lavoro
Cos’è una ruota

Partiamo dalla definizione: cos’è la ruota? Molto semplicemente è un oggetto di forma circolare collocato su di un asse. L’asse può essere fisso, con la ruota che ci gira intorno, o può girare insieme alla ruota, imprimendole il movimento.

Nell’ambito dei trasporti, il grande vantaggio della ruota è quello di ridurre l’attrito. Immaginiamo di dover spostare un blocco di pietra. Se lo si trascina, un intero lato del blocco poggia sul terreno; se lo si trasporta su un veicolo dotato di ruote, solo una piccola porzione della ruota impatta sul suolo, e quindi l’attrito dello spostamento diminuisce in maniera significativa.

La ruota, inoltre, può essere applicata in molti ambiti diversi dai trasporti, consentendo la costruzione di macchine più efficienti.  L'utilizzo dell'energia idraulica al posto di quella animale o umana permise un aumento della produttività senza precedenti nell'antichità: l'energia prodotta da ciascuna ruota di un mulino ad acqua può macinare 150 kg di grano in un'ora, equivalente al lavoro di 40 persone.

Mulino ad acqua

Le origini della ruota

Per la maggior parte della sua storia il genere umano ha vissuto senza conoscere il principio della ruota: sebbene la nostra specie, l’Homo sapiens, sia emersa da 300-200.000 anni, la ruota è stata introdotta intorno a 6000 anni fa, cioè 4.000 anni prima di Cristo.

Molto più antica è la scoperta del principio del rotolamento, che era conosciuto già dalle specie del genere Homo precedenti al sapiens. Queste, cioè, probabilmente erano capaci di far rotolare oggetti di forma circolare (prevalentemente tronchi di albero). Simili oggetti, però, non erano vere e proprie ruote, perché mancava una componente fondamentale: l’asse.

Quando e dove fu introdotto il principio della ruota? È impossibile dirlo con certezza, ma la teoria più accreditata vuole che l’invenzione sia avvenuta in Mesopotamia (cioè la “terra tra due fiumi”, il Tigri e l’Eufrate, nell’attuale Iraq) intorno a 6.200 anni fa. Probabilmente, il primo uso è stato quello per la fabbricazione di vasi e non quello per i trasporti e in ogni caso il materiale utilizzato per fabbricare le prime ruote fu il legno.

 

La ruota delle paludi di Lubiana (credit Petar Milosevic)

Le prime attestazioni di ruote usate per trasporto risalgono a 6.000 anni fa e sono state individuate sulla sponda settentrionale del Mar Nero, nelle attuali Ucraina e Russia. Nei secoli successivi la presenza della ruota è documentata in varie parti d’Europa. La prima ruota con asse sopravvissuta fino a oggi è la cosiddetta Ljubljana Marshes Wheel (ruota delle paludi di Lubiana), risalente a circa 5.150 anni fa ed esposta al Museo della città di Lubiana.

La ruota si rivelò particolarmente utile perché si associò a un’altra innovazione: la domesticazione del cavallo, che avvenne per la prima volta nella Russia meridionale tra 7.000 e 6.000 anni fa. Non è noto se i cavalli siano stati i primi animali usati per il traino di carri (forse furono usati prima i buoi), ma è certo che, essendo molto più veloci, divennero presto gli animali da tiro per eccellenza, non solo per i trasporti, ma anche in ambito bellico. I primi carri da guerra trainati da cavalli furono introdotti probabilmente intorno a 4.000 anni fa.

Carro da guerra sumero (4000 anni fa)

Più in generale, il binomio ruota-cavallo consentì enormi progressi, velocizzando i trasporti e facilitando la scambio di merci e saperi.

L’evoluzione della ruota

In origine la ruota era una semplice sezione di tronco tagliato in orizzontale. Tuttavia, a causa della struttura del legno, era poco resistente e perciò, con il passare dei secoli, furono introdotti altri sistemi per tagliare i tronchi e poi unire i pezzi.

Ruota fatta con un tronco d’albero tagliato in orizzontale

Si trattava, però, sempre di ruote piene, fino a quando, circa 4.000 anni fa, fu introdotta un'innovazione fondamentale: la ruota a raggi che, rispetto a quella piena, è molto più leggera e, quindi, più facile da muovere. All’incirca nello stesso periodo alcuni popoli iniziarono a rivestire in metallo il bordo della ruota, in maniera da renderla più resistente agli urti.

Il resto del mondo e i popoli senza ruota

La ruota, in sostanza, si diffuse tra l’Europa centro-orientale, il Medioriente e l’Asia centrale. E nel resto del mondo?

In Cina le prime testimonianze dell’uso di ruote risalgono a circa 4.200 anni fa, ma non è noto se gli antenati dei cinesi avessero scoperto da sé il principio o lo avessero conosciuto attraverso i contatti con i popoli asiatici.

L’America rappresenta un caso a parte. Come sappiamo, prima dell’arrivo di Colombo e del contatto con gli europei, i popoli americani erano stati capaci di fondare civiltà avanzate, come quelle dei Maya, degli Aztechi e degli Inca. Essi, però, non conoscevano la ruota o, per lo meno, non la usavano su larga scala. I reperti archeologici mostrano che, sin da 3.500 anni fa, i popoli americani applicavano le ruote a piccoli oggetti, considerati dagli studiosi giocattoli per bambini o offerte votive per gli dei, ma prima di Cristoforo Colombo non la usarono mai per i trasporti o per altre funzioni più utili.

Giocattoli precolombiani con ruote (credi Madman)

Una domanda a questo punto sorge spontanea: come è possibile che popoli capaci di fondare società complesse e di costruire grandi edifici applicassero la ruota solo ai giocattoli? La spiegazione va ricercata nel fatto che sostanzialmente non esistevano animali da tiro. L’unico animale di grande taglia addomesticato in America era il lama, che però per la sua struttura fisica non è adatto a trainare veicoli.

Gli amerindi non sono stati gli unici popoli del pianeta a vivere senza conoscere il principio della ruota. In Africa, per esempio, la ruota era nota sin dall’epoca antica ai popoli più sviluppati, come gli abitanti della costa mediterranea, gli etiopi e alcuni altri, ma nella maggior parte del territorio a sud del Sahara fu introdotta solo dopo l’arrivo degli europei (in alcuni casi solo nell’800).

Lama

Innovazioni recenti

Nel corso dell’età antica, del Medioevo e dell’età moderna, il principio della ruota fu usato per varie applicazioni. Per esempio, le ruote ad acqua alimentavano i mulini, sfruttando l’energia prodotta dalla corrente di fiumi e torrenti.

Nell’ambito dei trasporti, dopo l’introduzione della ruota a raggi, per millenni non vi furono progressi tecnologici particolarmente importanti. Le ruote usate ai tempi di Socrate (V secolo a.C.) non erano molto diverse da quelle del tempo di Napoleone (inizio dell’Ottocento). Certo, c’erano stati miglioramenti nella scelta dei materiali o nella precisione della forma, ma le componenti basilari restavano le stesse.

Fu solo negli anni ’80 dell’Ottocento che fu introdotta un’innovazione paragonabile, per la sua importanza, a quella dei raggi: il pneumatico, che ha il grande vantaggio di adattarsi alle imperfezioni del terreno e di assorbire gli urti. L’invenzione si deve all’inglese John Dunlop, che nel 1888 brevettò il sistema di rivestire le ruote con gomma riempita di aria (c’erano stati alcuni tentativi precedenti, ma non avevano dato vita alla produzione di massa).

John Dunlop in bicicletta

Anche in questo caso, l’innovazione si associò a un’altra invenzione: quella dei veicoli meccanici, la bicicletta e l’automobile. Da allora – è banale dirlo – il binomio ruota con pneumatico – mezzo di trasporto meccanico è diventato inscindibile.

Adattato da un articolo un geopop italia 


Monday, September 26, 2022

Incredibili benefici del sangue blu dei granchi

In America, il sangue di granchio rimane vitale per la produzione di farmaci e vaccini

Spesso vado al mare nel Henlopen State Park in Delaware. Qualche mese fa, passeggiando sulla riva nell’area della baia, ho visto centinaia di questi granchi a ferro di cavallo.  Erano sul bagnasciuga e le piccole onde li spingevano leggermente avanti e indietro.  Sembravano in letargo.  I bagnanti mi dicono invece che è il loro periodo dell’accoppiamento.

Granchi a ferro di cavallo
Poi ho notato che durante il loro incontro sessuale e con l’aiuto delle onde alcuni si rovesciavano.  Questo poteva essergli fatale.  Infatti ogni tanto se ne vedevano alcuni sulla sabbia rovesciati e essiccati.  Allora anch’io, insieme agli altri bagnanti, mentre passeggiavo sulla riva, mi sono impegnato a rimetterli in posizione corretta. 

Non ci ho più pensato fino a che ho letto questo articolo sulla  rivista ’The Economist'.

Ogni aprile nella Carolina del Sud, i pescatori catturano centinaia di granchi a ferro di cavallo mentre strisciano sulla riva per accoppiarsi. I granchi vengono trasportati nei laboratori di proprietà di Charles River, un'azienda farmaceutica americana, a Charleston. Lì sono legati a controsoffitti d'acciaio e, ancora vivi, prosciugati di circa un terzo del loro sangue blu. Quindi vengono restituiti all'oceano. Questo liquido è vitale per l'industria biomedica americana. Un litro vale fino a $15.000.

Drenando il sangue blu dei granchi
Parti della medicina moderna sono state insolitamente dipendenti dal granchio a ferro di cavallo. Il suo sangue è l'unica fonte naturale conosciuta come limulus amebocyte lysate (LAL), un estratto che rileva l'endotossina, una sostanza chimica sgradevole e talvolta fatale prodotta da alcuni batteri. Le aziende farmaceutiche lo utilizzano per garantire la sicurezza dei medicinali e dei dispositivi impiantati, inclusi antibiotici, farmaci antitumorali, stent cardiaci, insulina e vaccini. Le cellule immunitarie nel sangue del granchio si coagulano attorno ai batteri tossici, dando un segnale visivo di contaminazione indesiderata.

Mentre le aziende farmaceutiche hanno aumentato la produzione del jab covid-19, la domanda per il liquido blu è aumentata vertiginosamente. Nel 2020 in America sono stati dissanguati quasi 650.000 granchi, il 36% in più rispetto al 2018.

Il sanguinamento non è privo di danni ai granchi. I conservazionisti stimano che tra il 5% e il 30% di loro muoiono al momento del rilascio. I biologi dell'Università del New Hampshire hanno scoperto che, una volta dissanguate, le femmine diventano letargiche e hanno difficoltà a seguire le maree nelle aree di deposizione delle uova.

Nel 2016 l'Unione internazionale per la conservazione della natura li ha classificati come "vulnerabili" all'estinzione. Ha accusato il sovrasfruttamento per l'uso come cibo, esca e test biomedici, nonché la perdita dell'habitat. Questo fa male anche ad altre specie. Il nodo rosso, un uccello che migra dal Sud America alla tundra artica, è in pericolo in gran parte a causa del declino delle uova di granchio a ferro di cavallo nella baia del Delaware, una tappa intermedia.

Con il calo del numero dei granchi e l'aumento della domanda di LAL, l'industria biomedica americana dovrà affrontare una crisi. Miliardi di vaccinazioni contro il covid-19 hanno fatto affidamento su di esso, ma lo fanno anche molte procedure chirurgiche di routine come le protesi d'anca, il cui numero è in crescita. Charles River, uno dei quattro produttori di LAL in America, stima che il 55% dei farmaci iniettabili e dei dispositivi impiantati a livello globale siano testati utilizzando l'estratto prodotto nel loro stabilimento di Charleston.

Eppure è già disponibile un'alternativa sintetica al LAL, che in Europa sta rapidamente sostituendo il sangue di granchio come standard industriale per i test. Uno studio ha mostrato che questo ha rilevato endotossine così come LAL, o anche meglio. Il test ha prodotto meno falsi positivi e, inoltre, è stato più economico da produrre.

I prossimi diversi round di booster covid-19 prodotti in America si baseranno sul granchio a ferro di cavallo. Ma una tale dipendenza da vampiro dal suo sangue blu non può durare a lungo.

■ Adattato e tradotto da un articolo della rivista The Economist

Thursday, August 25, 2022

La moda dell'abbronzatura

 Chi ha inventato la moda dell'abbronzatura?

Fino a un secolo fa l'abbronzatura non era ben vista. È diventata una moda grazie alla stilista francese Coco Chanel che per prima sfoggiò la "tintarella" a Parigi.


A lanciare la moda dell'abbronzatura fu la stilista francese Coco Chanel, che sul finire degli anni Venti del secolo scorso, di ritorno da una vacanza in Costa Azzurra, sfoggiò la sua tintarella per le strade di Parigi venendo presto imitata da stuoli di "fashion victim".

PRIMA ERA OUT. In epoca moderna, prima che l'audace Coco decidesse di liberarsi in spiaggia di guanti, ombrellini e parasole, l'abbronzatura era tutt'altro che ben vista, venendo associata ai mestieri umili che si praticavano all'aperto.

E benché i benefici dei raggi solari fossero già noti ai Greci e ai Romani (che prendevano il sole in terrazze dette solaria), un leggero pallore fu per secoli sinonimo di nobiltà e benessere, soprattutto per le donne. Di fronte alla seducente pelle bronzea di Chanel – pronta ad affermare che "l'abbronzatura dorata è chic" – le abitudini iniziarono però a mutare e la tintarella fu associata ai concetti di bellezza e salute.

 

8 cose che (forse) non sai sull'abbronzatura

No alle creme dell'anno scorso!

Se è rimasta la protezione solare dell'ultima estate nell'armadietto, la si può "riciclare"? Meglio di no. Le creme solari durano in genere 12 mesi dall'apertura, e solo se conservate in condizioni ottimali. Se le si lascia sotto il sole, nella sabbia o mezze aperte, i filtri solari che contengono si degradano molto più facilmente, e la loro efficacia non è più garantita. Sulle confezioni, comunque, sono riportati la data di scadenza oppure il numero di mesi di conservazione ottimale del prodotto dopo l'apertura, accanto al simbolo di un barattolo aperto (il cosiddetto PAO, period after opening).


Non sei "al sicuro" neanche sotto l'ombrellone. Anche quando siamo all'ombra riceviamo più del 50% di tutti i raggi ultravioletti, a causa del riverbero sulla sabbia e sull'acqua, e della radiazione diffusa. È quindi necessario mettersi la crema sempre, persino quando riposiamo sotto all'ombrellone. Vale anche se il meteo è incerto: i raggi UV passano infatti attraverso le nuvole.

Tieni d'occhio l'orologio. L'irraggiamento e l'intensità dei raggi UVB (i più pericolosi, perché responsabili delle ustioni e dell'invecchiamento della pelle, e perché aprono la strada ai melanomi) sono massimi tra le 11:00 e le 16:00. Evitando di esporsi al sole in questa fascia oraria si riducono in modo significativo i rischi di scottature e tumori cutanei.

Se metti la crema non ti abbronzi di meno. Ma solo in modo più lento e graduale, ottenendo un colorito più resistente nel tempo e limitando i danni cutanei. La crema va spalmata almeno 15 minuti prima di esporsi al sole, e rinnovata ogni 2 ore, anche se sei un tipo mediterraneo, con capelli scuri e carnagione già olivastra. In quel caso, puoi partire da una protezione media (fattore 15-25) e dopo 4-5 giorni passare a quelle più basse (filtri da 6 a 10). Non essere avaro: la dose minima di crema per rivestire un corpo adulto è di 6 cucchiai (25-30 grammi).


Conosci (e rispetta) il tuo fototipo. Ossia le diverse tipologie di reazione al sole basate su colore della pelle, dei capelli e degli occhi. Sei del fototipo 1 se hai carnagione e occhi chiari, capelli rossi o biondi, efelidi; la mancanza quasi totale di melanina ti rende suscettibile a ustioni ed eritemi e devi limitare l'esposizione al sole. Il fototipo 2, carnagione chiara e capelli biondo scuro o castano chiaro, deve usare fattori di protezione totale; il fototipo 3, carnagione abbastanza scura e capelli castani, può usare una protezione medio-alta; per il fototipo 4 (carnagione olivastra, occhi e capelli neri) e il fototipo 5 (capelli crespi e occhi scuri, fototipo mediorientale) va bene una protezione media. Per il fototipo 6 (pelle nera) è comunque consigliata una protezione da bassa a media. Per tutti vale la regola di limitare l'esposizione nelle ore più calde.

Rischi di più se... Se appartieni a uno dei primi due fototipi. L'85-90% dei tumori cutanei si sviluppa nelle persone di questi gruppi, e le persone con capelli rossi sono, per ragioni legate all'espressione di un gene chiamato MC1R, più suscettibili a varianti aggressive di melanoma. Questo non significa che gli altri fototipi siano indenni dal rischio: i tumori cutanei colpiscono anche chi ha pelle e capelli scuri, e in genere vengono diagnosticati in fasi più avanzate.

Attenzione ai bambini. Vanno sempre protetti per primi, rinnovando spesso la protezione perché entrano ed escono continuamente dall'acqua. Prima dei tre anni, non andrebbero esposti al sole senza indumenti, occhiali con lenti scure e cappellino. Le loro scottature si possono trasformare, una volta raggiunta l'età adulta, in melanomi. Andrebbero portati in spiaggia nelle prime ore del mattino, o nel tardo pomeriggio. Insomma va usato il buon senso, ricordando che la luce solare, in giusta misura, ha anche effetti molto positivi sulla salute, perché permette all'organismo di disporre di adeguati livelli di vitamina D, e riduce il rischio di sviluppare tumori ad altri organi.

Le rughe. Sfoggiate con orgoglio dai pescatori (come Mario Cusolito, pittore e pescatore di Stromboli), le rughe sono un effetto tangibile dell'esposizione al sole. In altre parole, abbronzarsi fa invecchiare, perché al sole la pelle perde elasticità (attraverso la degenerazione del collagene e dell'elastina, le due proteine che la sostengono). Sotto accusa ci sono i raggi UVA, che penetrano in profondità. nell'epidermide fino a raggiungere gli strati superiori del derma. Sono meno energetici dei raggi UVB, i quali però sono in gran parte filtrati dall'atmosfera.

Adatto da articoli di Focus.it





Wednesday, June 8, 2022

Ai figli, anche il cognome della madre.

Cosa cambia con la sentenza della Corte Costituzionale?

 Le norme che attribuiscono automaticamente il cognome del padre sono state definite illegittime. La nuova regola prevede che vengano assunti quelli di entrambi i genitori tranne nel caso in cui si decida di sceglierne solo uno, di comune accordo. Alcuni aspetti restano però da chiarire, motivo per cui si chiede di arrivare in fretta anche ad una legge sul tema.

 Mercoledì 27 aprile la Corte Costituzionale ha definito illegittime le norme che attribuiscono al figlio di una coppia il cognome del padre in modo automatico, con quella che è stata definita un’altra sentenza “storica”, nonché una “svolta di civiltà”. In un comunicato si legge che i giudici hanno ritenuto “discriminatoria” e “lesiva dell’identità del figlio” la regola che attribuisce automaticamente il cognome del padre e che, “nel solco del principio di eguaglianza e nell’interesse del figlio, entrambi i genitori devono poter condividere la scelta sul suo cognome, che costituisce elemento fondamentale dell’identità personale”.

Il caso

La Corte aveva già espresso delle perplessità sull'automatismo riguardante il cognome e lo scorso gennaio lo aveva definito "retaggio di una condizione patriarcale della famiglia". A questa sentenza si è però arrivati perché la Consulta è stata chiamata a farlo nell’ambito di un procedimento, partito nel 2020 a Lagonegro, in Basilicata. Quell’anno una coppia si era rivolta al tribunale perché voleva dare al figlio solo il cognome della madre, così che questo potesse condividere lo stesso cognome dei fratelli, ma la legge non lo consentiva. Gli altri ragazzi lo avevano infatti acquisito solo perché erano stati riconosciuti successivamente dal padre, mentre l’ultimo arrivato era nato nel matrimonio. Come ha ricostruito il loro legale, i primi tentativi della coppia sono stati vani, ma i coniugi non si sono arresti e hanno fatto appello contro la decisione di primo grado. Proprio durante il nuovo processo, la questione è stata rimessa alla Corte costituzionale. “È inutile nascondere la soddisfazione per questo risultato, è stato un percorso lungo e faticoso ma alla fine la nostra tesi è stata riconosciuta come valida”, ha detto il legale, commentando la sentenza. “La coppia ci ha sempre creduto".

Cosa succede ora

La Corte ha stabilito anche cosa cambierà nella pratica. “La regola”, si legge nel comunicato, “diventa che il figlio assume il cognome di entrambi i genitori nell’ordine dai medesimi concordato, salvo che essi decidano, di comune accordo, di attribuire soltanto il cognome di uno dei due. In mancanza di accordo sull’ordine di attribuzione del cognome di entrambi i genitori, resta salvo l’intervento del giudice in conformità con quanto dispone l’ordinamento giuridico”. Questi cambiamenti riguarderanno i figli nati nel matrimonio, fuori e anche a quelli adottati. Alcuni aspetti restano però da definire e, come specifica il comunicato, sarà compito del legislatore (quindi del Parlamento) farlo. Tra le altre cose, bisognerà decidere come procedere se uno dei due genitori ha già il doppio cognome.