Monday, March 11, 2019

Gli Obelischi di Heliopolis: Roma, Londra e New York

Roma oggi risulta la città che ha il maggior numero di obelischi al mondo, esattamente 18, dislocati in punti particolari del territorio urbano. Di questi, 9 sono originari dell'antico Egitto, trasportati a Roma nel periodo imperiale, in seguito alle campagne di conquista nella terra dei Faraoni. Costituiti di basalto monolitico, erano considerati simboli solari, e collocati in coppia davanti alle entrate dei templi con incisioni commemorative sui lati. Altri vennero costruiti come imitazione, o, in tempi più moderni, per semplice decorazione, come la stele Marconi dell'EUR. Molti di essi furono interrati nel corso della storia, e riportati alla luce tra il Cinquecento e il Settecento. In seguito vennero spostati e disposti in punti strategici della città, spesso su monumenti creati appositamente da grandi scultori come Gian Lorenzo Bernini, per esempio la Fontana dei Quattro Fiumi a Piazza Navona.


La maggior parte di essi venivano da Heliopolis (Eliopoli), una città dell'antico Egitto situata in prossimità del delta del Nilo. Era il centro del culto del dio Sole, e raggiunse il massimo sviluppo durante il Nuovo Regno, a partire dal 1570 ca. a.C., specialmente sotto il faraone Ramesse II (XIII sec. a.C.). Obelischi di Heliopolis sono stati anche trasportati in tempi più moderni in altre città, come Londra e New York.

Obelisco Flaminio (Piazza del Popolo). Proviene da Heliopolis, dove fu innalzato davanti al Tempio del Sole dai Faraoni Seti I e Ramsete II poco prima del 1200 a.C. Fu uno dei primi ad essere trasportato a Roma da Augusto nel 10 a.C., per celebrare la vittoria sull'Egitto, e fu inizialmente utilizzato come spina nel Circo Massimo per le corse dei cavalli.

L’obelisco di fronte al Pantheon di granito rosso fu eretto ad Heliopolis nel 1200 a.C. circa da Ramsete II davanti al Tempio di Ra, e venne portato a Roma per abbellire il tempio dedicato ad Iside e Serapide eretto in Campo Marzio. Si erge al centro di una fontana costruita nel 1578 da Giacomo Della Porta caratterizzata da quattro mascheroni che emettono getti d’acqua su una vasca.

L’Obelisco di Dogali, eretto ad Heliopolis da Ramsete II e portato a Roma nel tempio di Iside, fu rinvenuto nel 1883 in Via di Sant'Ignazio. Venne restaurato ed utilizzato, quattro anni dopo, per il monumento commemorativo dei caduti della battaglia di Dogali, in Etiopia (1887).

L’obelisco di fronte al Palazzo di Montecitorio (sede della Camera dei deputati) venne costruito nel VI sec. a.C. per il faraone Psammatico II, e proviene da Heliopolis, dove venne fatto prelevare per volere di Augusto nel 10 a.C. L'imperatore decise di utilizzarlo come gnomone per l'enorme meridiana che aveva fatto realizzare in Campo Marzio, a nord dell'attuale piazza del Parlamento.

Posto al centro della famosa piazza progettata dal Bernini, l'obelisco Vaticano è un monolito a fasce lisce, di granito rosso, alto più di 25,367 metri, che con il basamento e la croce posta alla sua sommità raggiunge i 40,285 m. Proveniente da Heliopolis, fu portato a Roma per volere di Caligola nel 37 d.C., per decorare il Circo di Nerone, situato nell'area dell'attuale sagrestia della Basilica. Restò eretto a lato della basilica finché Sisto V, nel 1586, lo fece spostare da Domenico Fontana dove è ora.

L'obelisco Mattei, noto anche come "Obelisco Capitolino" visto che fino al 1952 si trovava in Campidoglio, proviene da Heliopolis, dove era dedicato al Sole dal faraone Ramsete II. Fu trasportato a Roma in epoca imperiale e posto nel Tempio di Iside Capitolina, e successivamente ai piedi dell'Aracoeli.  Adesso si trova nel parco di Villa Celimontana.

L’Ago di Cleopatra è il nome di due obelischi in granito rosa di Assuan, situati uno a Londra, lungo il Tamigi sul Victoria Embankment, e l'altro nel Central Park di New York. Anche se entrambi sono obelischi originari dell'antico Egitto, il loro nome comune è errato, perché non hanno alcuna connessione con la regina tolemaica Cleopatra VII d'Egitto, nata più di mille anni dopo la loro realizzazione. Furono infatti costruiti durante il regno del faraone Thutmose III (XV secolo a.C.) e originariamente eretti a Heliopolis. Vennero poi trasportati ad Alessandria d’ Egitto dai romani per ordine dell'imperatore Augusto. Nel 12 a.C. furono eretti all'ingresso del Caesareum, un tempio fatto costruire da Cleopatra VII. Da qui uno fu trasferito a Londra nel 1878 e l’altro a New York nel 1881.

YouTube di Alberto Angela sugli obelischi di Roma

Monday, February 4, 2019

Sanremo 2019 | Cantanti | Canzoni | Claudio Baglioni | Tutte le notizie

Sanremo 2019 | Cantanti | Canzoni | Claudio Baglioni | Tutte le notizie

Il Festival di Sanremo 2019 comincia domani 5 febbraio

Dal 5 al 9 febbraio, in diretta su Rai 1 dal Teatro Ariston, la 69esima edizione del Festival della Canzone Italiana, la seconda consecutiva condotta da Claudio Baglioni



Tutto pronto per il Festival di Sanremo. Il 5 febbraio 2019 si aprirà il sipario del Teatro Ariston, dove andrà in scena la 69esima edizione della kermesse musicale, che vede per il secondo anno consecutivo la direzione artistica di Claudio Baglioni. Grande novità la gara unica: non ci sarà più, infatti, la divisione tra Campioni e Nuove Proposte, ma i 24 artisti (22 Big e i 2 vincitori di Sanremo Giovani) concorreranno alla pari per la vittoria.

Sanremo 2019 - Date

La 69esima edizione del Festival di Sanremo va in scena da martedì 5 febbraio a sabato 9 febbraio. Cinque prime serate in onda su Rai 1 e in Eurovisione, in cui si sfidano i 24 cantanti in gara.

Sanremo 2019 - Conduttori

Al posto di Michelle Hunziker e Pierfrancesco Favino, mattatori della scorsa edizione, Claudio Baglioni quest'anno ha voluto accanto sul palco dell'Ariston Claudio Bisio e Virginia Raffaele. I due comici, per la prima volta insieme su un palco e in tv, promettono gag inedite e tanto divertimento, senza però rubare la scena alla gara. Probabile, come annunciato in conferenza stampa, l'arrivo di un quarto co-conduttore ma solo per una serata. Tra tanti nomi si fa sempre più spazio quello di Claudio Santamaria.

Sanremo 2019 - Il programma delle cinque serate

Nella prima serata, martedì 5 febbraio, si esibiranno tutti e 24 i cantanti in gara. Seconda e terza serata, invece, vedranno sul palco solo la metà di loro: 12 mercoledì 6 febbraio e gli altri 12 giovedì 7 febbraio. La quarta serata, venerdì 8 febbraio - sul modello già collaudato lo scorso anno - sarà una serata-evento in cui ogni artista canterà in compagnia di un ospite il proprio brano, in una versione rivisitata per l'occasione.

Sanremo 2019 - I cantanti in gara

Sono 24, 22 big ai quali si aggiungono i due vincitori di Sanremo Giovani, che decretati venerdì 21 dicembre: Einar con ‘Centomila volte’ e Mahmood con ‘Gioventù bruciata’.
Ecco i nomi dei big in gara: Loredana Bertè con 'Cosa ti aspetti da me', Il Volo con 'Musica che resta', Ghemon con 'Rose viola', Paola Turci con 'L'ultimo ostacolo', Simone Cristicchi con 'Abbi cura di me', Nek con 'Mi farò trovare pronto', Motta con 'Dov'è l'Italia' , Irama con 'La ragazza col cuore di latta', Ultimo con 'I tuoi particolari', Anna Tatangelo con 'Le nostre anime di notte' e Zen Circus con 'L'amore è una dittatura', Nino D'Angelo in coppia con il giovane rapper Livio Cori con 'Un'altra luce', Ex Otago con 'Solo una canzone', Patty Pravo e Briga con 'Un po' come la vita', Boomdabash con 'Per un milione', Francesco Renga con 'Aspetto che torni', Arisa con 'Mi sento bene', Achille Lauro con 'Rolls Royce', Daniele Silvestri con 'Argento vivo', i Negrita con 'I ragazzi stanno bene', Enrico Nigiotti con 'Nonno Hollywood', Federica Carta e Shade con 'Senza farlo apposta’ e Mahmood con "Soldi".




Sunday, January 20, 2019


“Roma”, l’amarcord di Alfonso Cuarón

La memoria come unica guida, il bianco e nero del passato ma il digitale per riportarla al presente: per il regista messicano, "Roma", dopo il trionfo a Venezia, è il film della vita.

“Roma” è il nome del quartiere di Città del Messico in cui Alfonso è nato 57 anni fa, e proprio sulla base di quei ricordi di bambino ha scritto, da solo, il copione. La protagonista è Cleo (Yalitza Aparicio, non professionista più brava di tante attrici da una vita), la tata di una famiglia borghese – che poi sarebbero i Cuarón stessi –, padre assente, madre dolente, figli confusi, per fortuna una nonna saggia. Tutt’attorno c’è il Messico dei primi anni Settanta, con il capitalismo che bussa alla porta, le inquietudini rivoluzionarie, la tensione continua tra tradizione e modernità. 

«Perché ho fatto questo film?», si interroga Alfonso da sé. «Per esplorare a fondo la mia memoria. Ma anche perché volevo capire cosa avrebbe significato per me, oggi, tornare a quei ricordi. La memoria è l’unico strumento che ho usato per scrivere Roma. Mi sono confrontato con i miei fratelli e, soprattutto, con la vera Cleo: non potevo tradire la sua storia. Ma è stata la mia testa a guidarmi. E nella mia testa ho vissuto il conflitto tra passato e presente, con quella domanda che non mi mollava mai: come cambia il passato quando lo osservi, a distanza, dal tempo di oggi? Ho rivissuto la strettissima correlazione tra la mia vita di allora e quella di adesso. E il rapporto con il mio Paese. Sono nato e cresciuto in Messico, lo senti il mio accento quando parlo in inglese, non riesco a levarmelo. E penso ancora in chilango, il dialetto di Città del Messico. Ma da più di vent’anni, quasi trenta ormai, non vivo più lì. Ci torno spesso e penso che non è più la mia città, anche se ancora la sento tale. Dopo aver lavorato così a lungo sui miei ricordi, dopo aver pensato a come riportare in vita ogni dettaglio – le atmosfere, i luoghi, tutti gli angoli di quel quartiere –, finalmente ho visto la sua trasformazione. La troupe era composta da messicani che in quelle strade vedevano il presente, io ci vedevo solo il passato: stavo in un posto che conosco da sempre senza sapere più quello che è. Ora finalmente l’ho capito. Quindi sì, con questo film c’entrano i miei capelli bianchi. C’entra il passare del tempo. Mi sono visto dentro il mio passato, e ho scoperto la persona che sono diventato».
Il regista con Cleo, la protagonista principale


Roma è girato in bianco e nero, ed è Cuarón medesimo a firmare la fotografia bellissima, sontuosa, quasi sfacciata. Anche questo c’entra col passato? «Non voglio intellettualizzare troppo la mia scelta, non so se mi spiego. Il bianco e nero era, semplicemente, nel Dna del film. Quando ho deciso che era arrivato il momento di girare Roma, ho messo subito sul tavolo tre punti che sapevo sarebbero rimasti fermi. Il primo: Cleo al centro di tutto. Il secondo: le scene sarebbero state prese direttamente dalla mia memoria, non le avrei romanzate come avevo fatto, per dire, con Y Tu Mamá También (il film del 2001 che l’ha consacrato ad autore su scala internazionale, nda). Il terzo: l’avrei fatto in bianco e nero. Ho messo in discussione molti altri elementi nel corso della lavorazione, ma mai questi tre. Quando mi venivano in mente soluzioni perfette per una sequenza, ma sentivo che queste idee mi avrebbero allontanato dalla realtà dei fatti, le scansavo immediatamente». Quei fotogrammi che sembrano usciti da una mostra di Robert Capa, allora, non sono una concessione arty, sono tutti veri: l’allenamento dei lottatori di arti marziali nel campo di terra battuta, il piano sequenza nel negozio di mobili e, più di tutti, quella corsa e quell’abbraccio in riva all’oceano che sono la chiave intima e visiva del film. «Del confronto continuo tra passato e presente fa parte anche l’uso del bianco e nero. Non volevo che fosse nostalgico, non cercavo un effetto vintage. Avevo in mente un film ambientato negli anni Settanta ma profondamente contemporaneo. Per questo ho scelto il digitale in 65mm, mi avrebbe permesso di trovare un bianco e nero nitido, non granuloso, l’opposto di quello di una volta. Ovvio, quando scegli questa fotografia fai fatica a non farti prendere la mano, a non amplificare i contrasti, hai sempre in mente i grandi noir degli anni Quaranta, il lavoro di maestri come Gregg Toland con Orson Welles… Ma io ho cercato una luce completamente diversa, molto più naturalistica, senza uno stile troppo marcato. Volevo una luce naturale, ecco, come guardare il sole che entra da quella finestra e portarlo sullo schermo, così com’è».


Nel presente c’è ancora Cleo, solo anche lei un poco più vecchia. «È ancora con noi, e dico noi perché è parte della nostra famiglia. Vive nella stessa casa in cui mi ha cresciuto, sua figlia è come se fosse mia nipote, ci ritroviamo tutti insieme per le occasioni importanti. C’era tra noi un rapporto fortissimo allora e c’è adesso, Cleo era la sostituta di mia madre, anzi era proprio la mia mamma india. Roma è un film su di lei ma anche su una donna e basta, con tutta la sua complessità. Cleo è stata accolta nella mia famiglia, ma ha sempre dovuto fare i conti con la sua classe sociale e con il suo background indigeno. Ha vissuto una tripla forma di esclusione in quanto minoranza: per la sua classe, per l’etnia, per il sesso. Era, a suo modo, un’immigrata in una realtà che non le apparteneva, e anche questo è un tema che oggi mi sta a cuore. L’integrazione non riguarda solo il Messico, ma tutto il mondo. E io volevo raccontare non la storia di una serva, ma di una donna coi suoi bisogni. Anche sessuali: quando pensiamo a chi vive ai margini della società, non ci viene mai in mente che anche loro vogliono fare l’amore, proprio come noi. Certe cose sono completamente escluse dalla conversazione, sono un tabù». La lettura femminista del film è una tentazione forte di questi tempi, soprattutto da parte della stampa statunitense. «Ma io non volevo fare un film militante, non m’interessava il messaggio politico. Volevo inserire una donna ben precisa in uno scenario sociopolitico ben preciso, ma soprattutto analizzare le relazioni affettive di un gruppo di personaggi e le conseguenze emotive che questi rapporti comportano. La politica non spetta a me».

Con Roma ero molto più esposto, più nudo di altri film. Era un viaggio nel vuoto, e come ci vai nel vuoto? Io ho improvvisato. Ho scelto soluzioni anche scomode. Guarda quella scena sulla spiaggia, la più dura da girare: volevo che fosse pulita, senza effetti da macchina a mano. Ma trovare quella stabilità, dovendo continuamente spostarmi dalla sabbia alle onde, sembrava impossibile. Lo spettatore doveva entrare, lì come in tutto il film, nel flusso del momento, senza sapere dove quel momento lo avrebbe portato».

Alfonso dai capelli bianchi ha detto di aver compreso, grazie ai ricordi di ieri, quello che è oggi. Ma non ha svelato l’esito della sua riflessione. Ci arriviamo prima di salutarci, col sole che ancora entra dalla finestra. «Ho capito che la mia infanzia è stata molto più simile a quella dei miei nonni, forse persino dei miei bisnonni, che a quella dei miei figli. È indubbio che stiamo sperimentando una nuova generazione di persone ultra-tecnologizzate, dunque con una visione del mondo completamente diversa. Ho fatto un salto all’indietro per guardare anch’io al futuro con occhi nuovi. Qualunque sia la prossima sfida per l’umanità, sono sicuro che porterà qualcosa di buono»

             di Mattia Carzaniga, Rolling Stone

Saturday, December 22, 2018

Leonardo da Vinci visits 2019

The coming year sees the 500th anniversary of the death of Leonardo da Vinci. To mark the occasion, “The World in 2019”, our annual edition of the Economist that looks at the year ahead, publishes a page from a newly discovered volume of Leonardo’s journal, written a few months before his death on May 2nd 1519, that records his visit to the year 2019, as the guest of a mysterious time-traveller.



Nov 22nd 2018 | NEW YORK, PALO ALTO, PARIS AND SHANGHAI
IN RIVERS the water you touch is the last of what has passed, and the first of that which comes: so with time present. But today a strange visitor appeared suddenly in my studio, as from a large bubble in the air. Inhabiting another time, he finds amusement in conveying people to eras distant from their own, but in secret because this is forbidden by his own people. He offered to transport me 500 years into the future, provided I preserve his secret. The natural desire of good men being knowledge, I agreed to his proposal.

At my host’s suggestion I must wear simple clothing. He will give out that I am a philosopher who, living in seclusion for many years, prefers not to speak. He has given me a rectangle of black glass, and a kind of brooch worn on the ear that will render the speech of those around me into my own tongue. If I clutch this glass rectangle closely at all times, I am told, my appearance will not seem unusual.

By strange means that carry men instantaneously to various parts of the world, without motion, my host has taken me to Shanghai, a city far to the east, in Cathay, and to New York, a city far to the west, in the lands named after Amerigo Vespucci. There are buildings of enormous height, made of glass seemingly unsupported by stone or brick. Some are adorned with moving coloured lights that create the illusion of a window to another place.

Far above these buildings soar many flying machines, conveying people and goods. Unlike the ones I have seen in my dreams, their wings do not move like those of a bird or a butterfly, but are fixed. The motive power is derived from a kind of fluid, similar to naphtha. The machines must be fed with this fluid, as a lamp is fed with oil, when they return to the ground.


In the roads between the buildings of these great cities are armoured carriages in countless numbers that propel themselves without the use of horses. These carriages too must be fed with the naphtha fluid. The parts that are not armoured in metal plate are made of a strange material that is light and flexible, yet strong, and may be formed in any desired shape or colour, and is also used to make many other objects.

The lights adorning the buildings, and many other things besides, are fed not by the naphtha fluid, but by a second fluid, invisible to the eye, that can be conducted along metal wires, coated in the strange material. By means of this fluid ovens can be heated without the need for wood or other fuel, and stairways and metal boxes can be made to move, to convey people within buildings. This fluid can also cause the sound of a lute, or another instrument, to be greatly increased, so that its music can be heard even by a great multitude gathered together.

But most mysterious to me is a third fluid that flows invisibly through the air and conveys writing and sounds and pictures between the glass rectangles, allowing them to act as windows to other places, and to capture the sight of things more faithfully than any painting. So wondrous is this power that people gaze constantly at their glass rectangles, and at the images therein. Painting is no longer the sole imitator of all the visible works of nature, and just as the mirror is the master of painting, so too is this kind of mirror, which fixes images in place.

We visit the land of California, to observe the flight of a machine that lifts objects into the sky on a pillar of fire, and then returns to the ground; and those objects it carries are thrown around the Earth so that they stay aloft and circle its globe, as the Moon does. The inventor of these machines has also created self-propelling carriages capable of moving without human supervision. I wish to meet this man but my host fears he would recognise me. For it seems my name and appearance are known, even in this time, and my works are preserved.

It pleases me that many of my ideas have been brought to completion using materials and methods unknown in my time, including a flying machine held aloft by rotating wings, and an apparatus by which a man can breathe underwater. It pleases me also that my paintings afford much satisfaction to mankind. Before returning me to my own time, my host takes me to Paris, to see my portrait of La Gioconda hanging in a place of honour. That reminds me: I really must finish it.

As transcribed and translated by The Economist 

Wednesday, November 28, 2018

Show permanente di Michelangelo in 8 lingue


Il “Giudizio Universale” di Michelangelo da pittura a spettacolo permanente

Lo show, usa arti e codici diversi, è in mostra all'Auditorium della Conciliazione di Roma dal 14 novembre in 8 lingue

"Giudizio Universale", in scena all'Auditorium della Conciliazione di Roma, è un nuovo modo italiano di proporre al grande pubblico una modalità innovativa di divulgazione del nostro immenso patrimonio artistico, ma non solo per i grandi: diverse Regioni italiane hanno infatti aderito all'offerta per il nuovo anno scolastico, che prevede di coinvolgere circa 50.000 studenti.



Con “Giudizio Universale – Michelangelo and the secrets of the Sistine Chapel” l’arte incontra lo spettacolo, e i linguaggi visivi contemporanei, e anche Roma, come altre metropoli mondiali, ha finalmente il suo spettacolo permanente.  NOTA che questo link ti porterà ad una serie di video interessanti tra cui un “volo su Roma nel 1508”.

Realizzato con la consulenza scientifica dei Musei Vaticani e prodotto da Artainment Worldwide Shows, è stato ideato dal creativo veneziano Marco Balich (direttore artistico delle cerimonie olimpiche di Torino 2006, Sochi 2014 e Rio 2016, nonché del Padiglione Italia a Expo Milano 2015 e ideatore dell’immaginativo Albero della Vita a Milano).

Lo spettacolo, fruibile dal prossimo 14 novembre grazie ad un sistema audio multilingue anche in 8 lingue straniere (inglese, cinese, francese, giapponese, portoghese, russo, spagnolo e tedesco), nasce dalla contaminazione di tante e diverse forme artistiche: coniuga insieme la bellezza, la potenza e la commozione della Cappella Sistina con i codici emozionali e coinvolgenti dello spettacolo teatrale, grazie a performance dal vivo, a proiezioni immersivi a 270° che portano lo spettatore al centro stesso dell’evento, a musiche di grande impatto ed effetti scenici mozzafiato.

Accompagnati dalla voce di Pierfrancesco Favino (Michelangelo), da una colonna sonora d’eccezione, nella quale al tema originale – composto da Sting – si sommano le musiche di John Metcalfe (figura di riferimento della scena pop-rock contemporanea e arrangiatore e produttore di artisti quali U2, Morrissey e Coldplay) e i costumi di Giovanna Buzzi (Oscar mondiale della Moda 2017), gli spettatori vengono accompagnati passo dopo passo nella genesi e realizzazione della Cappella Sistina, a partire  dalla commissione al trentenne Michelangelo, da parte di Papa Giulio II, degli affreschi della volta (sulle pareti laterali già c’erano quelli, commissionati da Papa Sisto IV, di Botticelli, Ghirlandaio, Perugino e Pinturicchio) fino alla realizzazione del Giudizio Universale, dietro l’altare, ad opera dell’ormai sessantenne Michelangelo su volere di Papa Clemente VII.

Si è giunti alla decisione di creare questo spettacolo permanente, della durata di 60 minuti, dopo un’attenta analisi delle indagini sul gradimento degli spettatori che avevano assistito allo spettacolo dal 15 marzo scorso, giorno del debutto, a fine ottobre: per l’81% lo show ha superato le loro aspettative; il 71% ha detto che vorrebbe rivedere lo show; il 90% non aveva mai visto prima uno show simile; il 73% ha imparato qualcosa di nuovo. Particolarmente apprezzata dal pubblico anche la possibilità di abbinare il biglietto per lo show alla visita notturna della Cappella Sistina e ai Musei Vaticani con la proposta “Un venerdì in bellezza”.

E che “Giudizio Universale – Michelangelo and the secrets of the Sistine Chapel” rappresenti un nuovo capitolo dell’offerta culturale italiana e sia destinato a permettere una migliore fruizione mondiale del capolavoro michelangiolesco (e di riflesso delle tante bellezze artistiche – spesso non valorizzate a sufficienza – del nostro Paese), lo testimonia la richiesta  dello spettacolo fatta da diversi Paesi esteri: pur rimanendo stabile a Roma, lo spettacolo avrà così l’opportunità di diventare anche “primo permanent show Made in Italy”.

Monday, October 15, 2018


Perché Venezia è chiamata la Serenissima?

Vi siete mai chiesti perché Venezia, la città galleggiante per eccellenza, è da sempre soprannominata la “Serenissima”?

Molto spesso siamo soliti utilizzare parole o modi di dire senza chiederci come siano entrati nei nostri usi e costumi quotidiani. In questo articolo vi sveleremo il motivo per cui il capoluogo veneto era ed è tuttora definito in questo modo.

Un tempo quella di Venezia era una delle quattro Repubbliche marinare: le istituzioni del suo governo erano suddivise su più livelli, il più alto rappresentato dal Doge.

Egli era il massimo ordinamento politico e incarnava la gloria e l’autorevolezza della Repubblica. I suoi poteri erano però limitati al guidare in guerra l’esercito e la flotta; la piena sovranità infatti risiedeva nel Maggior Consiglio, organo fondamentale dello stato.

Anche se il Doge giocava un ruolo minore rispetto alle altre organizzazioni della Repubblica, gli era stato attribuito l’appellativo di “serenissimo”. È infatti questa una delle possibili ipotesi che rispondono all’enigma che abbiamo cercato di risolvere in quest’articolo. Pare che dal titolo dato al doge prendesse poi spunto quello della città stessa!

Vi è però una seconda scuola di pensiero secondo cui la Repubblica marinara sarebbe diventata la “Serenissima”. Quella veneziana era infatti una solida istituzione che regnava incontrastata sui mari grazie alle abilità nautiche e all’avanguardia politica che possedeva.

Oltre ad essere florida per la ricchezza che deteneva, si narra che Venezia fosse particolarmente tollerante verso gli stranieri che si recavano in città per motivi commerciali. Grazie all’ incorruttibile sistema di giustizia in vigore all’epoca, si era quindi instaurato in città un vero clima di pace e serenità, per il quale la laguna avrebbe continuato a vantare anche nei secoli successivi tale appellativo.

Non vi è quindi una certezza sul reale motivo per cui Venezia vanti l’appellativo di “Serenissima”, anche se il più quotato è quello che la vede connessa all’idea del doge soprannominato allo stesso modo.

Una cosa però è certa: adesso che l’arcano è stato semi-svelato, non vi sentite un po’ più “sereni”?

Dal sito “Venice Box”

Monday, September 10, 2018


La moda diventa sostenibile

Un evento al Palazzo di Vetro dell'ONU ha presentato nuove forme di tessuti ecosostenibili con una bassa impronta al carbonio

In una industria che fattura 1500 miliardi di dollari l’anno, il trend delle case di moda è di diventare sempre più “green” senza essere meno “fashion”, riducendo le emissioni di carbonio e gas serra e diminuendo lo spreco di acqua.

Grazie all’attenzione dedicata agli SDGs, (Sustainable Development Goals), ovvero il percorso internazionale composto da 17 obiettivi di sviluppo sostenibile da raggiungere auspicabilmente entro il 2030, si sono moltiplicati gli eventi che hanno posto al loro centro le cosiddette “fibre green”.

La mostra “Forests for Fashion” 
Ne è un esempio la mostra “Forests for Fashion” all’ONU, dedicata all’utilizzo di fibre derivate dalla lavorazione del legno, a loro volta diretta conseguenza di attività di riforestazione.

L’iniziativa parte da alcuni semplici assunti: se vogliamo salvare le foreste dobbiamo dare loro un valore effettivo, che possa essere quantificato economicamente. Dare uno scopo, una funzione al rimboschimento, potrebbe di fatto interrompere il circolo vizioso della distruzione di milioni di ettari di foreste nel mondo, supportando al contempo le comunità rurali.

“Le foreste possono creare ecosistemi produttivi, favorendo le comunità agricole locali” afferma l’attrice Michelle Yeoh, UN Development Programme Goodwill Ambassador “L’industria dell’abbigliamento potrebbe essere l’elemento essenziale di transizione verso società più sostenibili”.

Alcune creazioni di stilisti italiani 
L’industria della moda è responsabile di circa il 20% dello spreco totale di acqua sulla terra e del 10% delle emissioni globali di carbonio, senza contare i polimeri e gli scarti chimici derivanti dalle produzioni negli stabilimenti, immessi direttamente nella acque di fiumi e mari, che alterano pericolosamente gli equilibri di flora e fauna di questi ecosistemi. A questo, dobbiamo aggiungere le disastrose condizioni di lavoro di molte delle realtà legate al business del fashion, che non si preoccupano di utilizzare manodopera sottopagata o addirittura minorile.

Già nel 2015, l’attenzione verso fibre e tessuti ecosostenibili diventava il fulcro delle passerelle di moda durante le fashion week mondiali. Ma cosa significa per un’azienda essere ‘’ecosostenibile’’? Nel pratico, consiste nell’utilizzare metodi di produzione sostenibili, spaziando dall’utilizzo di materiali organici fino allo smaltimento consapevole e responsabile degli eventuali prodotti di scarto della produzione. Non solo, ma l’utilizzo di fibre organiche o biodegradabili porterebbe allo sviluppo di nuove tecnologie e infrastrutture legate alla loro produzione.

Un esempio famoso è la collezione di Salvatore Ferragamo, che ha creato una capsule collection basandosi sull’ORANGE FIBER, un tessuto sviluppato da due ragazze siciliane. Altre aziende come North face, Mizuno, Puma utilizzano la tecnologia assorbi-odori brevettata a partire dalla fibra del caffè. 

Ma sono molti altri i prodotti animali o vegetali utilizzati dal fashion business: birra, soia, canna da zucchero, carapace dei crostacei, ananas cocco, eucalipto e bambù.
Tutto considerato, fare la spesa in futuro sarà molto più una questione da “fashion addicted”.

Da un articolo di Chiara Nobis in Voce di New York, luglio 2018